Il rapper cosentino Mirko Kiave dedica una canzone e un video al tema del femminicidio, ispirato dall’appello “Mai più complici” lanciato da Se non ora quando, Loredana Lipperini e Lorella Zanardo e che anche Woman’s Journal ha sottoscritto.
Adesioni sono arrivate, non solo dal mondo dello spettacolo, ma anche da quello politico e dal Governo, come la ministra della Giustizia Anna Maria Cancellieri. È di ieri la notizia che anche la nazionale maschile di calcio giocherà la prossima partita amichevole promuovendo il messaggio “La violenza sulle donne è un problema degli uomini. Insieme possiamo vincere questa partita”. Francesco Totti, capitano della Roma è tra i calciatori che hanno firmato l’appello.
La giurista Barbara Spinelli spiega sul sito del Corriere della sera, la 27esima Ora cos’è il femminicidio. Spinelli è stata promotrice insieme ad altre del primo rapporto ombra sull’applicazione in Italia della Cedaw, la convenzione internazionale per l’eliminazione di tutte le discriminazioni nei confronti delle donne (nella foto un’immagine di Ciudad Juarez, Messico).
L’intervento della Spinelli polemizza con l’articolo, apparso sempre sul Corriere, dell’editorialista Isabella Bossi Fedrigotti che critica l’uso della parola “femminicidio”, perché svilente, in quanto richiama la parola “femmina”.
Anche Woman’s Journal sostiene e rilancia le proposte di Iaia Caputo, scrittrice e in libreria con “Il silenzio degli uomini” (ed. Feltrinelli). Per la Caputo è arrivato il momento che gli uomini facciano sentire la propria voce contro la violenza subita endemicamente dalle donne, la violenza di genere o femminicidio, per questo propone due iniziative, che sottoscriviamo.
Forse è arrivato il momento di porre una questione maschile in Italia: di imporla con forza all’ordine del giorno, ai mass media, a campagne di sensibilizzazione per farne quel che è: anche, un’emergenza sociale e non una questione privata. Innanzitutto strappandoci dai meandri della coscienza l’oscura convinzione che la violenza sia immanente al maschile e dunque immodificabile, intrasformabile, imbattibile.
E ho due proposte da fare:
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Una corsia preferenziale per i reati di genere, perché no?
Leggo la notizia di una casalinga trovata morta in un centro commerciale del nord Italia e per il cui decesso è stato sentito il marito. Non c’è ancora nessun indagato ma colpisce leggere dell’ennesima morte di una donna e per cui non c’è una ragione apparente. È una tragedia che si consuma nel nostro Paese un giorno sì e uno no: sono quelle uccise dai propri compagni e mariti, fidanzati ed ex. Quelle donne troppo deboli per difendersi e che hanno scelto il proprio aguzzino. Si amavano, si scrive sempre, prima della “follia omicida”, prima del “delitto passionale”. Che passione o amore è quello che porta alla morte? Forse dovremmo riscrivere la definizione di amore se troppo spesso a quel sentimento è associata la sofferenza e infine, la morte.
Ha fatto molto scalpore in rete, sui giornali, tra le femministe, la decisione della Corte di cassazione di annullare la custodia cautelare in carcere per gli indagati di strupro di gruppo ma, come spiega bene l’avvocato e femminista Barbara Spinelli, sul suo blog la Cassazione non poteva fare altrimenti.
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Una donna su tre si licenzia per dedicarsi alla famiglia (La Stampa, 3 febbraio 2012) – In Italia “tra le madri il 30% interrompe il lavoro per motivi familiari, contro il 3% dei padri”. E’ quanto ha affermato il capo dipartimento delle statistiche sociali ed ambientali dell’Istat, Linda Laura Sabbadini, in occasione degli stati generali sul lavoro delle donne, organizzato dal Cnel.
WOMAN’S JOURNAL ADERISCE ALL’APPELLO MAI PIU’ COMPLICI
Cinquantaquattro. L’Italia rincorre primati: sono cinquantaquattro, dall’inizio di questo 2012, le donne morte per mano di uomo. L’ultima vittima si chiama Vanessa, 20 anni, siciliana, strangolata e ritrovata sotto il ponte di una strada statale. I nomi, l’età, le città cambiano, le storie invece si ripetono: sono gli uomini più vicini alle donne a ucciderle. Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la responsabilità. E’ ora invece di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’ tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di chi le uccide perché incapace di accettare la loro libertà. E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio, chiediamo agli uomini di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore. Le ragazze sulla rete scrivono: con il sorriso di Vanessa viene meno un pezzo d’Italia. Un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà. Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di assecondarla. Comitato promotore nazionale Senonoraquando, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo-Il Corpo delle DonneIN EVIDENZA
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