Dopo la mobilitazione in rete con migliaia di click su Youtube e di firme raccolte con l’appello promosso dall’associazione Pulitzer (e appoggiato da molti gruppi tra cui Woman’s Journal) anche il Comitato “Appello donne e media” chiede conto del comportamento della Rai, questa volta alla Commissione parlamentare di vigilanza in una lettera rivolta al suo presidente (leggi la lettera all’Onorevole Sergio Zavoli sul sito Donne della realtà).
Il Comitato è stato il primo a chiedere ai dirigenti dell’emittente pubblica, una maggiore e migliore rappresentanza femminile in tv, e a promuovere la modifica del contratto di servizio (firmato ogni tre anni dalla Rai con il Ministero delle telecomunicazioni, chiarisce le attività che la Rai deve svolgere per per assolvere il compito di servizio pubblico, e regola le tipologie di programmi, deginendo obiettivi e parametri di qualità del servizio).
Arrivata l’estate, giornali, telegiornali e approfondimenti trovano finalmente vita più facile: in spiaggia le donne si spogliano per forza, scovare corpi seminudi da mettere in copertina è molto più semplice. Così la Repubblica può titolare Dive alla prova costume e Il Corriere della Sera aprire la rubrica Vip al mare in cui mandare in scena una sfilata fotografica di corpi femminili, famosi o appena noti, con il costume fuori posto dopo una nuotata o con qualche centimetro di grasso, finora nascosto dai vestiti, a portata di obiettivo.
È così che le donne vengono impaginate nelle riviste, in bella posa o riprese in movimenti goffi che svelano parti solitamente coperte. È con questa funzione che appaiono in tv e sui giornali, quella di corpi giovani e seducenti a ogni costo, cibo pronto per soddisfare la fame dello sguardo maschile. Non solo così, ma prevalentemente così.
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Con il 2% di donne nei consigli di amministrazione aziendali, un tasso di natalità tra i più bassi d’Europa (1,39 per donna), appena il 14% di madri che tornano a lavorare a tempo pieno dopo la nascita del primo figlio (6% dopo il secondo), la Germania sembra lontana dalla parità di genere nel mercato del lavoro. Katrin Bennhold descrive su The New York Times un paese ancorato a una visione tradizionale del ruolo femminile, nonostante un pacchetto di leggi approvate negli ultimi anni miri a un riequilibrio.
di Clarissa Monnati
Se le donne fossero presenti nel mercato del lavoro in numero maggiore, l’economia italiana girerebbe meglio. È questa la tesi che Alessandra Casarico e Paola Profeta, entrambe professoresse alla Bocconi di Milano, sostengono in Donne in attesa. L’Italia delle disparità di genere (EGEA). Lasciare le donne ai margini, confinarle o rimandarle a casa, è uno spreco di talenti.
Il libro, uscito nel 2010, non ha perso d’attualità. Infatti il basso tasso di occupazione femminile in Italia, e la sua ulteriore diminuzione in seguito alla nascita dei figli, è stato il tema di una delle tracce che gli studenti del liceo linguistico hanno dovuto affrontare il 23 giugno nella seconda prova degli esami di maturità.
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di Clarissa Monnati
Qualcosa in Italia sta cambiando se Donna Moderna annuncia un rinnovamento e da domani esce con copertina e contenuti dedicati alle donne “normali”: studentesse, mamme, professioniste, lavoratrici di ogni età. Quasi contemporaneamente, la Rai decide di ragionare sulla rappresentazione della femminilità nella tv pubblica attraverso un workshop organizzato con Donne in quota, che si terrà il 27 giugno.
A proposito della pubblicità, Annamaria Testa spiega che
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WOMAN’S JOURNAL ADERISCE ALL’APPELLO MAI PIU’ COMPLICI
Cinquantaquattro. L’Italia rincorre primati: sono cinquantaquattro, dall’inizio di questo 2012, le donne morte per mano di uomo. L’ultima vittima si chiama Vanessa, 20 anni, siciliana, strangolata e ritrovata sotto il ponte di una strada statale. I nomi, l’età, le città cambiano, le storie invece si ripetono: sono gli uomini più vicini alle donne a ucciderle. Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la responsabilità. E’ ora invece di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’ tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di chi le uccide perché incapace di accettare la loro libertà. E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio, chiediamo agli uomini di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore. Le ragazze sulla rete scrivono: con il sorriso di Vanessa viene meno un pezzo d’Italia. Un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà. Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di assecondarla. Comitato promotore nazionale Senonoraquando, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo-Il Corpo delle DonneIN EVIDENZA
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