A un anno dall’entrata in vigore della nuova legge sull’interruzione di gravidanza, in Spagna si fa un primo bilancio dei suoi effetti: gli aborti diminuiscono e vengono praticati sempre più presto.
La norma, non ancora licenziata dalla Corte costituzionale, ha introdotto la possibilità di abortire prima della quattordicesima settimana anche in assenza di pericoli per la salute della donna; inoltre ha permesso di farlo alle ragazze dai 16 anni senza il consenso dei genitori, qualora chiederlo implichi il rischio di violenza domestica.
Come spiega María Sahuquillo su El País, in mancanza dei dati ministeriali, che non sono ancora pronti, si può contare su quelli delle cliniche private, in cui viene praticato il 90% degli aborti.
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di Clarissa Monnati
Se le donne fossero presenti nel mercato del lavoro in numero maggiore, l’economia italiana girerebbe meglio. È questa la tesi che Alessandra Casarico e Paola Profeta, entrambe professoresse alla Bocconi di Milano, sostengono in Donne in attesa. L’Italia delle disparità di genere (EGEA). Lasciare le donne ai margini, confinarle o rimandarle a casa, è uno spreco di talenti.
Il libro, uscito nel 2010, non ha perso d’attualità. Infatti il basso tasso di occupazione femminile in Italia, e la sua ulteriore diminuzione in seguito alla nascita dei figli, è stato il tema di una delle tracce che gli studenti del liceo linguistico hanno dovuto affrontare il 23 giugno nella seconda prova degli esami di maturità.
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di Sabrina Roglio
“I miei colleghi sanno, meglio di mia madre, come sta andando la mia gravidanza”. Non si tratta di problemi famigliari ma del fatto che i colleghi di Laura Steichen, 31 anni, di Cleveland Park hanno Facebook e sua madre no. Sono tante le donne che utilizzano i social network per postare foto delle ecografie, raccontare lo “stato” della loro gravidanza e descrivere (a volte senza pudore) i più piccoli problemi intimi legati al loro stato interessante.
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Piovono compatte le critiche di Cgil e Pd sulla decisione dell’Ausl di Modena di negare l’assunzione di una operatrice socio sanitaria in stato di gravidanza per “l’incompatibilità attestata dal medico competente”. Nonostante avesse già acquisito in graduatoria il diritto a un incarico a tempo determinato, la lavoratrice si è vista soffiare il posto per quell’unica ragione: nel frattempo essere rimasta incinta.
Nove ore dopo la denuncia pubblica, l’Ausl di Modena ha ‘partorito’ una nota con cui cercava di trovare una giustificazione: “La decisione è la conseguenza della totale incompatibilità, certificata dal medico competente, tra la posizione che la signora dovrebbe andare a ricoprire e il suo stato di gravidanza. Tra i compiti che sono chiamati a svolgere gli operatori socio sanitari vi è il lavoro notturno, lo svolgimento di lavori faticosi, come lo spostamento manuale di pesi.
Va aggiunto che nella stragrande maggioranza dei casi l’attività è svolta rimanendo in piedi per ore – prosegue il comunicato dell’azienda sanitaria – in luoghi a rischio biologico, sia per la madre che per il nascituro, come ad esempio negli ospedali, luogo quest’ultimo al quale era destinata. Infine, va precisato che la signora rimarrà comunque nella graduatoria e potrà quindi continuare ad aspirare alla posizione, inserimento a tempo determinato, quando le sue condizioni saranno nuovamente compatibili con l’incarico di operatore socio sanitario”.
Negli Stati Uniti, il 51% delle ragazze di origine sudamericana rimangono incinta prima dei 20 anni, 20% in più rispetto alla media delle americane. E forse anche da questo nasce l’iniziativa di Gaby Rodriguez, americana ma di origine ispanica e residente a Toppenish (nella foto da Panoramio), un paese di quasi 10mila abitanti vicino Washington che ha mentito per sei mesi alla sua famiglia e ai compagni di scuola, fingendo di essere incinta.
Con un pancione-protesi è andata a scuola, per strada, vissuto come una diciassettenne al primo figlio e solo per vedere quale sarebbe stata la reazione della gente. Ha scoperto, naturalmente, che i pregiudizi sono molti e che quando sei una ragazza madre le persone ti guardano diversamente.
WOMAN’S JOURNAL ADERISCE ALL’APPELLO MAI PIU’ COMPLICI
Cinquantaquattro. L’Italia rincorre primati: sono cinquantaquattro, dall’inizio di questo 2012, le donne morte per mano di uomo. L’ultima vittima si chiama Vanessa, 20 anni, siciliana, strangolata e ritrovata sotto il ponte di una strada statale. I nomi, l’età, le città cambiano, le storie invece si ripetono: sono gli uomini più vicini alle donne a ucciderle. Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la responsabilità. E’ ora invece di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’ tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di chi le uccide perché incapace di accettare la loro libertà. E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio, chiediamo agli uomini di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore. Le ragazze sulla rete scrivono: con il sorriso di Vanessa viene meno un pezzo d’Italia. Un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà. Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di assecondarla. Comitato promotore nazionale Senonoraquando, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo-Il Corpo delle DonneIN EVIDENZA
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