Pubblico il commento di un giornalista, Giampiero Canneddu a due importanti recenti fatti di cronaca. Uno è l’arresto di Dominique Strauss Kahn, ex capo del Fmi, accusato di stupro a New York, finito in carcere, quindi agli arresti domiciliari e poi, rilasciato in attesa del giudizio. L’altro, è della militante del Pd di una sezione locale, che ha partecipato a un film porno. Riconosciuta su Facebook si è dimessa dal partito (sembra le dimissioni siano volontarie) ed ha deciso di espatriare.
Alice ha 24 anni e una laurea in tasca, conseguita da pochi giorni all’università di Pisa. Nell’altra tasca ha il tagliando del check in dell’aeroporto, da cui si è imbarcata per la Danimarca, con il cellulare spento e un brusio insopportabile di voci dietro le spalle.
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Christine Lagarde, ministro dell’Economia francese, è il nuovo presidente del Fondo Monetario Internazionale. Lagarde, nominata oggi, prende il posto di Dominique Strauss-Kahn uscito di scena dopo l’accusa di stupro nei confronti di una cameriera newyorkese. Parigina, 55 anni, Lagarde ha alle spalle una carriera legale negli Stati Uniti, dove ha vissuto circa vent’anni, e in Europa. Dal 2005 ha deciso di impegnarsi direttamente in politica.
via il Post
Christine Lagarde è stata nominata martedì nuovo direttore del Fondo Monetario Internazionale, rimasto per più di un mese senza guida dopo la scelta di Dominique Strauss-Kahn di abbandonare la direzione in seguito alle accuse di stupro e violenza sessuale a suo carico negli Stati Uniti.
C’è un prima e un dopo affaire Strauss Kahn, l’ex capo del Fondo monetario internazionale agli arresti dominiciliari a New York accusato di stupro. Sono passate due settimane e la Francia sta attraversando una vera e propria rivoluzione sessuale. Quello che prima veniva considerato dai francesi galanteria o espressione di forza maschile ora non lo è più, e incomincia a essere criticato dalle donne e dagli uomini al potere.
Sul blog di Lorella Zanardo è apparsa una lettera a firma dell’artista Sergio Di Cori Modigliani che commenta l’assenza di dibattito sui giornali italiani e in tv sul caso Strauss Kahn (nella foto), l’ex capo del Fondo monetario internazionale accusato di violenza sessuale da una cameriera di un albergo newyorkese e attualmente agli arresti domiciliari. La lettera, doveva seguire sul Corriere della Sera due interventi, quello della scrittrice Carmen Llera che difendeva l’uomo Strauss Kahn, secondo lei incapace di fare violenza ad una donna (leggi l’articolo) e l’articolo di risposta di Maria Laura Rodotà in prima pagina, il 21 maggio (leggi l’articolo).
Scrive la Rodotà:
Cosa sarebbe successo se Dominique Strauss Kahn fosse stato arrestato per furto e una vecchia amica lo avesse difeso dicendo “non credo sia un ladro è uno che ama i begli oggetti?” Di sicuro qualcuno avrebbe spiegato all’amica che c’è una certa differenza; che apprezzare l’arte è gran cosa, portarsi via un quadro da un museo è reato.
Ma il dibattito sul Corriere con l’intervento della Rodotà si interrompe, perché?
Dopo aver letto con estremo piacere intellettuale la lucida argomentazione della Rodotà, immaginavo già (nella mia fantasia utopistica) che sul tavolo del direttore si sarebbero rovesciate una valanga di lettere, commenti, interventi, provenienti dai settori più disparati della nostra società civile: dalla Santanchè alla Finocchiaro, dalla Bonino alla Polverini, dalla Marcegaglia alla Camusso, dalla Maraini alla Murgia, dalla Perini alla De Gregorio, dalla Moratti alla Mafai, e così via dicendo. Un’ottima occasione per essere testimone di un bel confronto trasversale destinato a discutere su un argomento ostico –ma reale- che riguarda l’intera società occidentale. Fino a quindici anni fa sarebbe stato così, non ho alcun dubbio al riguardo. Esattamente come da dieci giorni sta accadendo in tutte le democrazie occidentali, sulle prime pagine dei loro quotidiani, in tutti i loro talk show televisivi, per radio, sulla rete, su facebook e su twitter. Invece, non è accaduto nulla (continua la lettura).
Marco Moussanet ha tracciato un profilo del ministro francese Christine Lagarde, principale candidata alla successione di DSK alla guida del Fondo monetario internazionale.
Ragazza modello (campionessa di nuoto sincronizzato, borsa di studio e un anno negli Stati Uniti subito dopo la maturità), avvocato (d’affari) modello, ministro dell’Economia modello. Un simbolo dell’emancipazione femminile: prima donna a guidare uno dei più grandi studi legali al mondo (Baker&McKenzie) e a fare il ministro dell’Economia di un Paese del G-8. Con la fondata speranza di diventare la prima donna al vertice dell’Fmi.
Gran classe, con i suoi capelli bianchi, i gioielli preziosi ma sobri, i tailleur di Chanel. La battuta sempre pronta e una tale padronanza della lingua inglese da far pensare a un’americana che un po’ misteriosamente parla con accento francese. Molto discreta sulla sua vita privata, ha avuto due mariti, ha due figli ed è la compagna di un imprenditore marsigliese, ex compagno di università ritrovato cinque anni fa.
WOMAN’S JOURNAL ADERISCE ALL’APPELLO MAI PIU’ COMPLICI
Cinquantaquattro. L’Italia rincorre primati: sono cinquantaquattro, dall’inizio di questo 2012, le donne morte per mano di uomo. L’ultima vittima si chiama Vanessa, 20 anni, siciliana, strangolata e ritrovata sotto il ponte di una strada statale. I nomi, l’età, le città cambiano, le storie invece si ripetono: sono gli uomini più vicini alle donne a ucciderle. Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la responsabilità. E’ ora invece di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’ tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di chi le uccide perché incapace di accettare la loro libertà. E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio, chiediamo agli uomini di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore. Le ragazze sulla rete scrivono: con il sorriso di Vanessa viene meno un pezzo d’Italia. Un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà. Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di assecondarla. Comitato promotore nazionale Senonoraquando, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo-Il Corpo delle DonneIN EVIDENZA
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