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Un sms per sostenere il progetto Piccoli Ospiti che aiuta i bambini che assistono alle violenze subite a casa dalle loro madri. Secondo una ricerca del 2001, realizzata da Cismai, in Italia sono oltre 22mila i minori testimoni degli atti violenti che si verificano in famiglia. Queste esperienze hanno un impatto molto forte sul bambino perchè è come se le vivesse in prima persona e lo espone a insicurezza, senso di colpa, mancanza di fiducia nel genitore vittima e negli adulti, fino ad arrivare ad atteggiamenti aggressivi, emulazione di atti violenti o bullismo in età adolescenziale e adulta, e a veri e propri comportamenti devianti o disturbi psicologici come la depressione.
La Fondazione Pangea ha da tempo avviato, in collaborazione con alcuni centri anti violenza in Italia, il progetto “Piccoli Ospiti”. Attraverso laboratori ludici ed espressivi e attività di cura e sostegno psicologico sia ai bambini sia alle mamme, li aiutano a superare il trauma della violenza e ritrovare equilibrio e serenità.
In molti paesi dell’Asia la cultura del “figlio maschio” porta discriminazione e violenza contro le donne. Continue reading »
Qualche settimana fa una dichiarazione rilasciata l’Ufficio dell’Alto Commissariato dell’ONU per i Diritti Umani (Ohchr), il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (Unfpa), l’Unicef, UN Women e l’organizzazione mondiale della sanità (Oms) spiegava che:
Dopo la terapeutica ed esilarante rubrica Genitori sbroccano che conta più di 800 commenti di genitori sfiancati dalla cura dei propri figli, il blog Genitoricrescono.com di Serena e Silvia due mamme, una che vive in Svezia e l’altra a Roma, lancia una sezione, dedicata al racconto dei successi della prole. Genitori!mbroccano, è un nuovo spazio, nato da un’idea di una lettrice, dove condividere piccole-grandi soddisfazioni quotidiane, progressi, momenti di felicità con i propri bambini.
“anch’io mi sono ritrovata a piangere in bagno alle 2 di notte desiderando che il mio piccolo insonne non ci fosse… e poi mi sono sentita un mostro per averlo anche minimamente pensato, ho avuto paura di venir punita perché il mio cervello aveva osato un pensiero talmente orribile”.
“cara suocera, ma come te lo devo dire che quando faccio mangiare io il bambino tu DEVI TOGLIERTI DAVANTI ALLE P….!!! quando mangia con me non ha bisogno nè di giochini e nè di canzoncine e chissà perchè alla fine mi pulisce tutto il piatto… perchè NON HA DISTRAZIONI!!!!!!
e lo dici con le buone e glielo fai capire ripetutamente e lasci che sia il figlio a ribadirlo, ma ca…o! NON ENTRA NELLA CAPOCCIA!!!!!!!”“a me pare sbrocchiamo tutte piu’ contro mariti che pargoli, alla fine! ahah (risata amara)”
La cameretta tutta rosa e le barbie per lei. Le costruzioni o i soldatini per lui. Se ne parla ancora troppo poco ma sta tornando più che mai una differenza di genere nei comportamenti maschili e femminili dei bambini sottovalutando forse l’influenza che i giochi hanno sullo sviluppo delle preferenze e sulle future scelte di adulti.
Alessandra Ghimenti, 29 anni, video maker ha deciso di farci un documentario chiedendendo a 38 bambini di una scuola elementare “Che vuoi fare da grande?”, “Che differenza c’è fra i maschi e le femmine?” “Chi si occuperà dei figli nella tua futura famiglia?” “C’è qualcosa che i maschi/le femmine non possono fare?”.
La Ghimenti sta anche lavorando a un nuova video-inchiesta sul tema. Per maggiori informazioni e per organizzare una proiezione, visita il suo blog: Ma il cielo è sempre più blu
Blog: Quali sono le conclusioni che hai tratto dal tuo lavoro?A. G: Quando proietto il video lascio sempre commentare gli spettatori. Ho fotografato una realtà preoccupante, per cui urge una presa di coscienza. Da parte di tutti. Perfino mia madre, che è una donna vecchio stampo, quando ha visto il video si è spaventata.
Credo fermamente che non si debba demonizzare qualcosa o qualcuno in particolare. I bambini sono semplicemente uno specchio, limpido, vero, spontaneo, senza sovrastrutture di forma. Non hanno certo colpa loro. Ma non l’hanno nemmeno i loro genitori, i media, o le maestre, almeno non in forma esclusiva.
Nonostante l’epidurale sia un diritto, l’84% delle strutture ospedaliere italiane non la garantisce. Le ragioni sono principalmente culturali (il biblico “partorirai con dolore”) ma anche organizzative e di spesa. Molte strutture non hanno sufficienti soldi per pagare turni di 24 ore per gli anestetisti. Un libro racconta quest’anomalia tutta italiana e la sofferenza delle donne.
Paola Banovaz è arrabbiata. Anzi dovrei dire è decisamente arrabbiata per questo diritto negato alle donne italiane, e la sua rabbia non la nasconde davvero. Quella rabbia mi ha travolto con forza, sostenuta da testimonianze, da critiche feroci, da attacchi senza esitazione. Ammetto che la forza di certi passaggi mi ha lasciata perplessa, soprattutto quando le testimonianze delle donne non si limitano all’assenza di epidurale ma a tutta una serie di comportamenti da parte delle ostetriche o dei medici che le hanno seguite durante il parto da far paura. Testimonianze in cui la generale mancanza di rispetto per il paziente, in quanto essere umano, va ben oltre la negazione dell’epidurale.
WOMAN’S JOURNAL ADERISCE ALL’APPELLO MAI PIU’ COMPLICI
Cinquantaquattro. L’Italia rincorre primati: sono cinquantaquattro, dall’inizio di questo 2012, le donne morte per mano di uomo. L’ultima vittima si chiama Vanessa, 20 anni, siciliana, strangolata e ritrovata sotto il ponte di una strada statale. I nomi, l’età, le città cambiano, le storie invece si ripetono: sono gli uomini più vicini alle donne a ucciderle. Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la responsabilità. E’ ora invece di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’ tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di chi le uccide perché incapace di accettare la loro libertà. E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio, chiediamo agli uomini di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore. Le ragazze sulla rete scrivono: con il sorriso di Vanessa viene meno un pezzo d’Italia. Un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà. Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di assecondarla. Comitato promotore nazionale Senonoraquando, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo-Il Corpo delle DonneIN EVIDENZA
WOMEN AT WORK: il nostro approfondimento sul lavoro delle giovani donne
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