Potere della rete e delle donne che in rete si incontrano e mobilitano. Un video (in alto) con il servizio del Tg1 su Sanremo, prima indigna e poi scatena la ribellione tra coloro che sono attente alla rappresentazione femminile sui media italiane, convinte che sia la “cifra”, la misura, del grado di libertà e parità che si respira nel Paese. Così, prima parte il mailbombing nei confronti dei giornalisti Rai che hanno confezionato il servizio e adesso, l’associazione Pulitzer, per la difesa della libertà di stampa, scrive alla direttrice della Rai Lorenza Lei, affinché prenda posizione contro il servizio e obblighi i giornalisti a scusarsi.
La lettera:
Gentile Direttrice generale della RAI Lorenza Lei,
L’hanno descritta in modi coloriti, folkloristici. Prima per le lacrime durante la conferenza stampa sulla riforma delle pensioni, poi, quando i sindacati le hanno dato della “maestrina”. Ha accennato all’articolo 18 e ha dovuto fare marcia indietro, quasi chiedendo scusa di aver pronunciato quelle due parole. Insomma, non proprio un trattamento di favore.
A coloro che hanno avuto la possibilità di ascoltarla dal vivo, non sarà sfuggita la fermezza con cui espone le sue tesi. Ieri, al Senato, in un incontro pubblico sull’occupazione femminile ha parlato del ciclo economico di Modigliani, economista italiano, premio Nobel per l’economia che ha messo a punto una rivoluzionaria teoria a inizio Novecento. La ministra ci invita a riflettere su cosa significa quella teoria per le donne e se oggi è ancora applicabile. Ai giornalisti, che l’aspettavano a conclusione del suo intervento, non ha concesso nemmeno un minuto. GUARDA GLI ALTRI VIDEO
La “pillola del giorno dopo”, in Italia, può essere rilasciata solo su ricetta medica. Così, se una donna si trova ad averne bisogno, è fortunata se ha un medico curante disponibile a prescrivergliela. Se però il problema si presenta il fine settimana, quando gli ambulatori sono chiusi, o il medico si rifiuta, deve iniziare una vera e propria corso il tempo, per riuscire a ottenere il farmaco nelle prime ore dopo il rapporto, quando la sua efficacia è massima.
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Da qualche giorno è apparso su youtube questo video, che raccoglie una serie di messaggi pubblicitari, italiani e stranieri, in cui appaiono corpi femminili nudi o seminudi, secondo vari modelli di rappresentazione della donna come oggetto di desiderio sessuale, e come subordinata all’uomo, o caratterizzata da intelligenza limitata. Alcune delle immagini incluse nella sequenza sono molto forti: si va dalle classiche gambe aperte (radio kiss kiss; american apparel), alla faccia di una donna imbrattata di latte di un’azienda lattiera (con una variante sisley), al corpo di una donna nuda suddiviso a tratto di pennarello in ‘quarti’, secondo gli schemi di macelleria, presumibilmente di un produttore o ristorante di carne.
Kivumu è un piccolo centro agricolo nel cuore del Rwanda. Qui, circa dieci anni fa, alcune donne sieropositive si sono unite in un’associazione che hanno chiamato Twizerane, “aiutarsi reciprocamente”. Aiutarsi lavorando insieme e condividendo i guadagni, ma anche aiutarsi per combattere il virus dell’HIV ed evitare di trasmetterlo ai figli. È così che nel corso degli anni si sono affermate sempre di più abitudini sanitarie e alimentari che hanno migliorato la qualità della vita di queste donne rwandesi.
A partire dal 2003, Twizerane ha incontrato l’appoggio di un’altra piccola realtà, che porta un nome anch’esso coniato dal kinyarwanda: Umudufu. Si tratta di un’associazione di ragazzi milanesi che operano in Rwanda attraverso la realizzazione e il sostegno di progetti in ambito socio-sanitario ed educativo. I volontari di Umudufu seguono costantemente l’evoluzione di questi progetti, e Twizerane è tra quelli che hanno portato i risultati migliori.
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WOMAN’S JOURNAL ADERISCE ALL’APPELLO MAI PIU’ COMPLICI
Cinquantaquattro. L’Italia rincorre primati: sono cinquantaquattro, dall’inizio di questo 2012, le donne morte per mano di uomo. L’ultima vittima si chiama Vanessa, 20 anni, siciliana, strangolata e ritrovata sotto il ponte di una strada statale. I nomi, l’età, le città cambiano, le storie invece si ripetono: sono gli uomini più vicini alle donne a ucciderle. Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la responsabilità. E’ ora invece di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’ tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di chi le uccide perché incapace di accettare la loro libertà. E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio, chiediamo agli uomini di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore. Le ragazze sulla rete scrivono: con il sorriso di Vanessa viene meno un pezzo d’Italia. Un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà. Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di assecondarla. Comitato promotore nazionale Senonoraquando, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo-Il Corpo delle DonneIN EVIDENZA
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