Da oggi a domenica 20 maggio Roma accoglie la Race for the Cure, l’incontro ormai tradizionale organizzato dall’associazione Susan Komen Italia per sensibilizzare e informare le donne sul tumore al seno, ma anche per raccogliere fondi e manifestare solidarietà alle donne colpite dalla malattia.
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La giurista Barbara Spinelli spiega sul sito del Corriere della sera, la 27esima Ora cos’è il femminicidio. Spinelli è stata promotrice insieme ad altre del primo rapporto ombra sull’applicazione in Italia della Cedaw, la convenzione internazionale per l’eliminazione di tutte le discriminazioni nei confronti delle donne (nella foto un’immagine di Ciudad Juarez, Messico).
L’intervento della Spinelli polemizza con l’articolo, apparso sempre sul Corriere, dell’editorialista Isabella Bossi Fedrigotti che critica l’uso della parola “femminicidio”, perché svilente, in quanto richiama la parola “femmina”.
In Honduras è imminente il voto per approvare una legge che condannerà al carcere chiunque abbia assunto (venduto, prescritto o altrimenti distribuito) la pillola del giorno dopo, anche se in seguito ad una violenza sessuale.
L’Honduras non è nuovo ai provvedimento legislativi limitativi dei diritti delle donne. Attualmente, infatti, l’aborto è assolutamente vietato e punito con la reclusione in carcere fino a dieci anni.
In Honduras, la contraccezione d’emergenza è stata vietata, per la prima volta, nell’aprile 2009. Già un mese dopo, però, il Presidente in carica, Josè Manuel Zelaya, pressato dalla indignazione pubblica mondiale per questo provvedimento, è stato costretto a “congelare” il divieto. Ha così avuto inizio un acceso dibattito che, dal Congresso, è arrivato fino alla Corte Suprema honduregna.
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Anche Woman’s Journal sostiene e rilancia le proposte di Iaia Caputo, scrittrice e in libreria con “Il silenzio degli uomini” (ed. Feltrinelli). Per la Caputo è arrivato il momento che gli uomini facciano sentire la propria voce contro la violenza subita endemicamente dalle donne, la violenza di genere o femminicidio, per questo propone due iniziative, che sottoscriviamo.
Forse è arrivato il momento di porre una questione maschile in Italia: di imporla con forza all’ordine del giorno, ai mass media, a campagne di sensibilizzazione per farne quel che è: anche, un’emergenza sociale e non una questione privata. Innanzitutto strappandoci dai meandri della coscienza l’oscura convinzione che la violenza sia immanente al maschile e dunque immodificabile, intrasformabile, imbattibile.
E ho due proposte da fare:
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Il 22 maggio del 1978, in Italia veniva approvata la Legge n. 194 recante le “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”. Il successo della 194 lo si deve, principalmente, all’impegno del Partito Radicale che, in collaborazione con il Centro sulla sterilizzazione e sull’aborto (CISA), ha combattuto con forza affinché le donne italiane potessero riacquistare una dignità sociale ed umana, persa durante il ventennio fascista.
I militanti radicali, in particolare, condussero una dura campagna volta ad arginare il fenomeno degli aborti clandestini, creando così i primi consultori in Italia, nonché un ambulatorio specialistico nella sede fiorentina del partito.
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WOMAN’S JOURNAL ADERISCE ALL’APPELLO MAI PIU’ COMPLICI
Cinquantaquattro. L’Italia rincorre primati: sono cinquantaquattro, dall’inizio di questo 2012, le donne morte per mano di uomo. L’ultima vittima si chiama Vanessa, 20 anni, siciliana, strangolata e ritrovata sotto il ponte di una strada statale. I nomi, l’età, le città cambiano, le storie invece si ripetono: sono gli uomini più vicini alle donne a ucciderle. Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la responsabilità. E’ ora invece di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’ tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di chi le uccide perché incapace di accettare la loro libertà. E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio, chiediamo agli uomini di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore. Le ragazze sulla rete scrivono: con il sorriso di Vanessa viene meno un pezzo d’Italia. Un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà. Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di assecondarla. Comitato promotore nazionale Senonoraquando, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo-Il Corpo delle DonneIN EVIDENZA
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