In Honduras è imminente il voto per approvare una legge che condannerà al carcere chiunque abbia assunto (venduto, prescritto o altrimenti distribuito) la pillola del giorno dopo, anche se in seguito ad una violenza sessuale.
L’Honduras non è nuovo ai provvedimento legislativi limitativi dei diritti delle donne. Attualmente, infatti, l’aborto è assolutamente vietato e punito con la reclusione in carcere fino a dieci anni.
In Honduras, la contraccezione d’emergenza è stata vietata, per la prima volta, nell’aprile 2009. Già un mese dopo, però, il Presidente in carica, Josè Manuel Zelaya, pressato dalla indignazione pubblica mondiale per questo provvedimento, è stato costretto a “congelare” il divieto. Ha così avuto inizio un acceso dibattito che, dal Congresso, è arrivato fino alla Corte Suprema honduregna.
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udePhotoRevolutionary. Un hashtag che è espressione di una forma di mobilitazione, di lotta, emancipazione e resistenza. All’indomani della festa della donna, “Credo nell’uguaglianza uomo/donna” e “i miei pensieri, il mio corpo, la mia scelta” sono due dei messaggi che alcune donne hanno lanciato in un video che le vede protagoniste. I 30 secondi di girato affiancano un calendario di nudo artistico dedicato all’attivista egiziana Aliaa Magda Elmahdy che l’anno scorsò si spogliò “contro le discriminazioni sessuali nel mondo islamico” e a Golshifteh Farahani, l’attrice bandita dall’Iran per aver posato per una rivista francese.
I
n Turchia sono molte le donne interessate alla lettura di magazine femminili, lo dimostrano le vendite di alcuni di questi come Elle, Vogue e Marie Claire. Tuttavia circa il 60% della popolazione femminile turca è molto legata alla tradizione e alle regole dettate dal credo islamico e non si riconoscono nell’idea di stile che queste riviste propongono. E’ nata proprio in Turchia la prima rivista per donne conservatrici. Si chiama Ala, ha ormai un anno e ha l’ambizione di spiegare alle donne come essere belle e alla moda senza infrangere le regole religiose. La rivista tratta anche di stile di vita e temi importanti come il lavoro. Molte sono infatti colte e ambiziose. Link all’articolo originale http://www.worldcrunch.com/turkey-new-muslim-women-s-magazine-comes-covered-headscarf/4713

“La maggior parte delle persone lo stupro lo immaginano così: una ragazza vestita provocatoriamente che esce ubriaca da un bar e viene aggredita da uno sconosciuto. È un mito, è una falsa rappresentazione. La maggior parte della violenza sessuale avviene in famiglia o è un amico”. A parlare è Heather Jarvis (nella foto di N. Maxwell Lander), una delle fondatrici della Slutwalk, la marcia delle “puttane” che si è svolta la prima volta a Toronto, in Canada, il 3 aprile dell’anno scorso e, ad oggi ha avuto decine di repliche in tutto il mondo, l’ultima, a Singapore, a dicembre quando 600 persone hanno sfilato per la città con cartelli al motto “We had enough”, “ne abbiamo abbastanza” di una sbagliata rappresentazione dello stupro.
Le ribelli siriane si organizzano: ieri hanno annunciato in un video la formazione di un’unità militare femminile, che diventerà parte dell’esercito per la Siria libera. Lo riporta oggi il Post, riprendendo le frammentarie notizie che arrivano sulle rivolte contro il regime di Bashar al Assad. L’esercito dei ribelli scrive il Post, sarebbe composto da disertori delle forze di sicurezza siriane, e ne farebbero parte 49mila persone.
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WOMAN’S JOURNAL ADERISCE ALL’APPELLO MAI PIU’ COMPLICI
Cinquantaquattro. L’Italia rincorre primati: sono cinquantaquattro, dall’inizio di questo 2012, le donne morte per mano di uomo. L’ultima vittima si chiama Vanessa, 20 anni, siciliana, strangolata e ritrovata sotto il ponte di una strada statale. I nomi, l’età, le città cambiano, le storie invece si ripetono: sono gli uomini più vicini alle donne a ucciderle. Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la responsabilità. E’ ora invece di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’ tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di chi le uccide perché incapace di accettare la loro libertà. E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio, chiediamo agli uomini di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore. Le ragazze sulla rete scrivono: con il sorriso di Vanessa viene meno un pezzo d’Italia. Un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà. Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di assecondarla. Comitato promotore nazionale Senonoraquando, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo-Il Corpo delle DonneIN EVIDENZA
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Women watch delle Nazioni Unite- UN gender equality news feed ottobre 13, 2011
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