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Il 15 maggio a Torino sarà presentata l’Associazione GammaDonna, finalizzata a sostenere lavoro e imprese di donne e giovani. Il progetto prende vita dall’esperienza del Salone nazionale dell’imprenditoria femminile e giovanile, arrivato alla quarta edizione con l’appuntamento dello scorso ottobre a Vicenza.

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E al capo V del disegno di legge di riforma del mercato del lavoro, sotto la voce “ulteriori disposizioni”, arrivano le voci rubricate come “donne”: dimissioni in bianco, figli, baby sitter. Troppo poco? Un primo segno? Ne l’uno né l’altro. Perché per capire quello che la riforma significa per le donne, conviene guardare al tutto, non solo al ripristino del contrasto alle dimissioni in bianco, al mini-mini congedo di tre giorni continuativi di paternità obbligatoria, e ai buoni per pagare le baby sitter invece di prendersi le aspettative facoltative per maternità.

Togliamo subito di mezzo il Moloch: l’articolo 18 e l’accordo finale che lo ha avuto ad oggetto. Non perché non conti: sotto la voce “economici” potevano passare anche i licenziamenti discriminatori. Adesso i pesi sono stati un po’ riequilibrati, si sono rafforzate le tutele in uscita, buttando la palla nel campo dei giudici. Ma tutto questo dibattito ha continuato a oscurare l’altra faccia della riforma, la questione dell’entrata al lavoro. Su questo ci vogliamo concentrare. Perché a noi interessano quelle che l’art. 18 non ce l’hanno e non lo avranno mai, le non-posto-fisso, senza tutele. Era per loro la riforma, no? Allora qualche numero, e i nostri 4 punti.

Uno. Non tutti i disoccupati sono uguali. Ci sono quelli che hanno appena perso un lavoro e quelli che invece cercano il primo lavoro, o escono da un periodo in cui (vuoi per scoraggiamento, vuoi per altri accidenti della vita, tra i quali – per dire – un figlio) non l’avevano e non l’hanno cercato. Tra i primi (disoccupati ex-lavoratori) i maschi sono la maggioranza: 56%. Nel secondo gruppo (nuovi entranti sul mercato del lavoro) primeggiano le donne: 63%. (dati Istat, riportati nell’articolo di redazione di inGenere.it “Lavoro, una riforma che guarda al passato). Tutti gli ammortizzatori sociali oggi esistenti sono per il primo gruppo, gli ex. Motivo forte per sperare nella riforma. Che però non prevede niente per i nuovi entranti: hai un’indennità, di qualche tipo, in caso di disoccupazione, solo se hai perso un lavoro.

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Da oltre dieci anni la performance scolastica delle donne è migliore di quella degli uomini. Secondo l’informativa Istat 8 marzo: giovani donne in cifre relativa al 2009-2010, le giovani si laureano prima, in numero maggiore (115.974 contro 76.384), ottengono più borse di studio e fanno più viaggi di studio all’estero durante l’università, inoltre leggono più libri nel tempo libero, visitano più musei, mostre e monumenti e vanno a teatro più spesso.

Nonostante questo, tra loro si registrano un minore tasso di occupazione, una maggiore diffusione dei contratti a tempo determinato e del lavoro part time e un livello salariale inferiore rispetto a quelli che si riscontrano tra i coetanei maschi.

Cerchiamo di capire perché assieme ad Annalisa Murgia, ricercatrice dell’Università di Trento specializzata in sociologia del lavoro,

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Il lavoro è la preoccupazione per il Paese e in particolare per le donne. Con un tasso di occupazione del 46% (ma che è la media di una percentuale oltre il 65% nelle regioni del nord e vicina al 30% in quelle del sud) non c’è da stare tranquille. Se il ministro del Lavoro, o meglio la ministra non fosse appunto una donna, Elsa Fornero, probabilmente il tema lo sentiremmo meno spesso declinato al femminile sui giornali nazionali, e invece, fortunatamente per tutte noi, si parla di disoccupazione femminile.

Non che sia, migliore o peggiore, di quella maschile ma è diversa perché comprende una condizione che è prerogativa solo delle donne, ovvero la gravidanza. Ed è su questo che la partita si gioca. Per le giovani, che si ritrovano a 30 a non avere ancora una carriera ben solida e a desiderare un figlio (che inevitabilmente manderebbe all’aria i piani di carriera fin lì sognati e stentatamente costruiti) e per le donne che i figli ce li hanno già e che devono sobbarcarsi i costi della “conciliazione” (brutta parola che significa: se il bambino sta male ci pensa lei, se è da andare a prendere a scuola ci pensa lei… e al lavoro di lei chi ci pensa?).

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Da oggi incominciamo una serie di approfondimenti sul tema del lavoro. Cercheremo di proporvi molti punti di vista diversi, dando spazio soprattutto alle esperienze delle giovani donne che si trovano a dover conciliare un lavoro precario con il desiderio di un figlio. Il tema del lavoro sarà anche al centro del prossimo incontro nazionale del gruppo Se non ora quando, che si riunirà a Bologna i prossimi 3 e 4 marzo. Qui il programma.

Questo primo intervento è della Consigliera di parità alla regione Lazio, Alida Castelli. Le consigliere di parità si occupano di monitorare l’applicazione della normativa sul lavoro e le pari opportunità su tutto il territorio nazionale, dipendono dal ministero del Lavoro. L’articolo apparirà sul prossimo numero di marzo del mensile Noidonne. Per inviarci i vostri commenti e testimonianze sul tema del lavoro scrivete a redazionewj@gmail.com

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