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Il rapper cosentino Mirko Kiave dedica una canzone e un video al tema del femminicidio, ispirato dall’appello “Mai più complici” lanciato da Se non ora quando, Loredana Lipperini e Lorella Zanardo e che anche Woman’s Journal ha sottoscritto.

Adesioni sono arrivate, non solo dal mondo dello spettacolo, ma anche da quello politico e dal Governo, come la ministra della Giustizia Anna Maria Cancellieri. È di ieri la notizia che anche la nazionale maschile di calcio giocherà la prossima partita amichevole promuovendo il messaggio “La violenza sulle donne è un problema degli uomini. Insieme possiamo vincere questa partita”. Francesco Totti, capitano della Roma è tra i calciatori che hanno firmato l’appello.

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[Marina Abramovic]

 

Più che artiste, soggetti dell’arte. Modelle in posa o muse ispiratrici.

Questo sono state le donne, nel corso della storia delle arti visive. Veneri o Madonne; ancelle o contadine. Sulla tela, non di fronte ad essa.  Dipinte, non  pittrici. Era questa la regola, era questo il buon gusto. La casa del padre, poi quella dello sposo, i bambini, e in alternativa il convento. Mai progetti più ambiziosi.

Alle donne non era concesso il diritto alla creatività.

Occuparsi di pittura, di scultura, di architettura, no… non era cosa da donne! Così come interessarsi di cultura in generale. A loro  era consentito tessere o ricamare. Al massimo, dipingere su piccole tele decorative tra le mura domestiche, per puro diletto e
senza alcuna velleità. Una donna non poteva accedere allo studio della matematica, della geometria, delle scienze; non poteva
essere avviata all’apprendistato in una bottega d’artista. E in età Medievale, attorno all’identità femminile uomini
tessevano pericolosi pregiudizi.

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La giurista Barbara Spinelli spiega sul sito del Corriere della sera, la 27esima Ora cos’è il femminicidio. Spinelli è stata promotrice insieme ad altre del primo rapporto ombra sull’applicazione in Italia della Cedaw, la convenzione internazionale per l’eliminazione di tutte le discriminazioni nei confronti delle donne (nella foto un’immagine di Ciudad Juarez, Messico).

L’intervento della Spinelli polemizza con l’articolo, apparso sempre sul Corriere, dell’editorialista Isabella Bossi Fedrigotti che critica l’uso della parola “femminicidio”, perché svilente, in quanto richiama la parola “femmina”.

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E al capo V del disegno di legge di riforma del mercato del lavoro, sotto la voce “ulteriori disposizioni”, arrivano le voci rubricate come “donne”: dimissioni in bianco, figli, baby sitter. Troppo poco? Un primo segno? Ne l’uno né l’altro. Perché per capire quello che la riforma significa per le donne, conviene guardare al tutto, non solo al ripristino del contrasto alle dimissioni in bianco, al mini-mini congedo di tre giorni continuativi di paternità obbligatoria, e ai buoni per pagare le baby sitter invece di prendersi le aspettative facoltative per maternità.

Togliamo subito di mezzo il Moloch: l’articolo 18 e l’accordo finale che lo ha avuto ad oggetto. Non perché non conti: sotto la voce “economici” potevano passare anche i licenziamenti discriminatori. Adesso i pesi sono stati un po’ riequilibrati, si sono rafforzate le tutele in uscita, buttando la palla nel campo dei giudici. Ma tutto questo dibattito ha continuato a oscurare l’altra faccia della riforma, la questione dell’entrata al lavoro. Su questo ci vogliamo concentrare. Perché a noi interessano quelle che l’art. 18 non ce l’hanno e non lo avranno mai, le non-posto-fisso, senza tutele. Era per loro la riforma, no? Allora qualche numero, e i nostri 4 punti.

Uno. Non tutti i disoccupati sono uguali. Ci sono quelli che hanno appena perso un lavoro e quelli che invece cercano il primo lavoro, o escono da un periodo in cui (vuoi per scoraggiamento, vuoi per altri accidenti della vita, tra i quali – per dire – un figlio) non l’avevano e non l’hanno cercato. Tra i primi (disoccupati ex-lavoratori) i maschi sono la maggioranza: 56%. Nel secondo gruppo (nuovi entranti sul mercato del lavoro) primeggiano le donne: 63%. (dati Istat, riportati nell’articolo di redazione di inGenere.it “Lavoro, una riforma che guarda al passato). Tutti gli ammortizzatori sociali oggi esistenti sono per il primo gruppo, gli ex. Motivo forte per sperare nella riforma. Che però non prevede niente per i nuovi entranti: hai un’indennità, di qualche tipo, in caso di disoccupazione, solo se hai perso un lavoro.

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Anche Woman’s Journal sostiene e rilancia le proposte di Iaia Caputo, scrittrice e in libreria con “Il silenzio degli uomini” (ed. Feltrinelli). Per la Caputo è arrivato il momento che gli uomini facciano sentire la propria voce contro la violenza subita endemicamente dalle donne, la violenza di genere o femminicidio, per questo propone due iniziative, che sottoscriviamo.

Dal blog di Iaia Caputo

Forse è arrivato il momento di porre una questione maschile in Italia: di imporla con forza all’ordine del giorno, ai mass media, a campagne di sensibilizzazione per farne quel che è: anche, un’emergenza sociale e non una questione privata. Innanzitutto strappandoci dai meandri della coscienza l’oscura convinzione che la violenza sia immanente al maschile e dunque immodificabile, intrasformabile, imbattibile.
E ho due proposte da fare:

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Le proposte editoriali selezionate ogni settimana per voi da Clarissa.

I blog di Woman's Journal, libero spazio alle opinioni, da commentare e discutere.

La nostra Gaia ci spiega come far rispettare i propri diritti in tema di salute, sicurezza e lavoro.