Il rapper cosentino Mirko Kiave dedica una canzone e un video al tema del femminicidio, ispirato dall’appello “Mai più complici” lanciato da Se non ora quando, Loredana Lipperini e Lorella Zanardo e che anche Woman’s Journal ha sottoscritto.
Adesioni sono arrivate, non solo dal mondo dello spettacolo, ma anche da quello politico e dal Governo, come la ministra della Giustizia Anna Maria Cancellieri. È di ieri la notizia che anche la nazionale maschile di calcio giocherà la prossima partita amichevole promuovendo il messaggio “La violenza sulle donne è un problema degli uomini. Insieme possiamo vincere questa partita”. Francesco Totti, capitano della Roma è tra i calciatori che hanno firmato l’appello.
Anche Woman’s Journal sostiene e rilancia le proposte di Iaia Caputo, scrittrice e in libreria con “Il silenzio degli uomini” (ed. Feltrinelli). Per la Caputo è arrivato il momento che gli uomini facciano sentire la propria voce contro la violenza subita endemicamente dalle donne, la violenza di genere o femminicidio, per questo propone due iniziative, che sottoscriviamo.
Forse è arrivato il momento di porre una questione maschile in Italia: di imporla con forza all’ordine del giorno, ai mass media, a campagne di sensibilizzazione per farne quel che è: anche, un’emergenza sociale e non una questione privata. Innanzitutto strappandoci dai meandri della coscienza l’oscura convinzione che la violenza sia immanente al maschile e dunque immodificabile, intrasformabile, imbattibile.
E ho due proposte da fare:
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Di Angela Ferracci, presidente Cido (comitato italiano per i diritti delle persone obese) ed esperta in patient advocacy
Da uno studio del Journal of applied psychology, e, poi ripreso da Forbes, le donne “molto magre” guadagnano circa 22mila dollari (circa 15mila euro) in più delle loro “colleghe normopeso”, e inoltre, più i chili aumentano, più diminuiscono i salari. Timothy A. Judge della University of Florida, e Daniel M. Cable della London Business School hanno messo in relazione il reddito al peso corporeo. Da questa analisi è emerso che non solo le donne guadagnano meno se pesano “il giusto” ma sono addirittura punite se in sovrappeso. Quello che rende questo studio ancora più triste è il fatto che l’aumento di peso influisce molto sul reddito femminile, mentre su quello maschile non ha effetti rilevanti. In pratica, i chili di troppo, discriminano anche sul luogo di lavoro. Al tradizionale “gender wage gap”, il differenziale salariale fra maschi e femmine, ora bisogna parlare anche il “gender and weight wage gap”. Gap , influenzato, non solo dalla differenze di genere, ma anche da quelle di peso.
Angela Ferracci è presidente del Cido, il comitato italiano per i diritti delle persone affette da obesità e altri disturbi alimentari. Si batte affinché l’obesità sia riconosciuta come malattia, al pari di anoressia o bulimia. Oggi non è così, l’obesità è considerata un fattore di rischio, una pre-patologia, per il Servizio sanitario nazionale ma non una malattia di per sé. Gli obesi hanno così minori diritti sanitari. Per loro, a volte mancano le macchine per fare gli esami diagnostici, com’è capitato ad Angela.
Qui pubblichiamo un’intervista apparsa sulla rivista del master di giornalismo di Torino e che racconta la sua storia personale, la pratica agonistica interrotta, i chili che diventano sempre di più, l’incontro con medici poco comprensivi e la discriminazione. Perché è questo che Angela e quelli come lei devono subire: continue discriminazioni, sul lavoro, negli sport, nelle relazioni.
Angela è tra le nuove collaboratrici di Woman’s Journal, insieme a Giovanna Lacedra, che conoscerete presto. Anche Giovanni ha molto da dire sul problema peso e del rapporto con il cibo. Guarda le foto di Angela
WOMAN’S JOURNAL ADERISCE ALL’APPELLO MAI PIU’ COMPLICI
Cinquantaquattro. L’Italia rincorre primati: sono cinquantaquattro, dall’inizio di questo 2012, le donne morte per mano di uomo. L’ultima vittima si chiama Vanessa, 20 anni, siciliana, strangolata e ritrovata sotto il ponte di una strada statale. I nomi, l’età, le città cambiano, le storie invece si ripetono: sono gli uomini più vicini alle donne a ucciderle. Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la responsabilità. E’ ora invece di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’ tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di chi le uccide perché incapace di accettare la loro libertà. E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio, chiediamo agli uomini di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore. Le ragazze sulla rete scrivono: con il sorriso di Vanessa viene meno un pezzo d’Italia. Un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà. Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di assecondarla. Comitato promotore nazionale Senonoraquando, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo-Il Corpo delle DonneIN EVIDENZA
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Women watch delle Nazioni Unite- UN gender equality news feed ottobre 13, 2011
Unifem news- 16 Days of Activism: Gazans Rally Together at Festival to Combat Gender Violence (News) dicembre 9, 2010
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Riforma del lavoro: ci basta?
Togliamo subito di mezzo il Moloch: l’articolo 18 e l’accordo finale che lo ha avuto ad oggetto. Non perché non conti: sotto la voce “economici” potevano passare anche i licenziamenti discriminatori. Adesso i pesi sono stati un po’ riequilibrati, si sono rafforzate le tutele in uscita, buttando la palla nel campo dei giudici. Ma tutto questo dibattito ha continuato a oscurare l’altra faccia della riforma, la questione dell’entrata al lavoro. Su questo ci vogliamo concentrare. Perché a noi interessano quelle che l’art. 18 non ce l’hanno e non lo avranno mai, le non-posto-fisso, senza tutele. Era per loro la riforma, no? Allora qualche numero, e i nostri 4 punti.
Uno. Non tutti i disoccupati sono uguali. Ci sono quelli che hanno appena perso un lavoro e quelli che invece cercano il primo lavoro, o escono da un periodo in cui (vuoi per scoraggiamento, vuoi per altri accidenti della vita, tra i quali – per dire – un figlio) non l’avevano e non l’hanno cercato. Tra i primi (disoccupati ex-lavoratori) i maschi sono la maggioranza: 56%. Nel secondo gruppo (nuovi entranti sul mercato del lavoro) primeggiano le donne: 63%. (dati Istat, riportati nell’articolo di redazione di inGenere.it “Lavoro, una riforma che guarda al passato“). Tutti gli ammortizzatori sociali oggi esistenti sono per il primo gruppo, gli ex. Motivo forte per sperare nella riforma. Che però non prevede niente per i nuovi entranti: hai un’indennità, di qualche tipo, in caso di disoccupazione, solo se hai perso un lavoro.
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