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Il rapper cosentino Mirko Kiave dedica una canzone e un video al tema del femminicidio, ispirato dall’appello “Mai più complici” lanciato da Se non ora quando, Loredana Lipperini e Lorella Zanardo e che anche Woman’s Journal ha sottoscritto.

Adesioni sono arrivate, non solo dal mondo dello spettacolo, ma anche da quello politico e dal Governo, come la ministra della Giustizia Anna Maria Cancellieri. È di ieri la notizia che anche la nazionale maschile di calcio giocherà la prossima partita amichevole promuovendo il messaggio “La violenza sulle donne è un problema degli uomini. Insieme possiamo vincere questa partita”. Francesco Totti, capitano della Roma è tra i calciatori che hanno firmato l’appello.

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E al capo V del disegno di legge di riforma del mercato del lavoro, sotto la voce “ulteriori disposizioni”, arrivano le voci rubricate come “donne”: dimissioni in bianco, figli, baby sitter. Troppo poco? Un primo segno? Ne l’uno né l’altro. Perché per capire quello che la riforma significa per le donne, conviene guardare al tutto, non solo al ripristino del contrasto alle dimissioni in bianco, al mini-mini congedo di tre giorni continuativi di paternità obbligatoria, e ai buoni per pagare le baby sitter invece di prendersi le aspettative facoltative per maternità.

Togliamo subito di mezzo il Moloch: l’articolo 18 e l’accordo finale che lo ha avuto ad oggetto. Non perché non conti: sotto la voce “economici” potevano passare anche i licenziamenti discriminatori. Adesso i pesi sono stati un po’ riequilibrati, si sono rafforzate le tutele in uscita, buttando la palla nel campo dei giudici. Ma tutto questo dibattito ha continuato a oscurare l’altra faccia della riforma, la questione dell’entrata al lavoro. Su questo ci vogliamo concentrare. Perché a noi interessano quelle che l’art. 18 non ce l’hanno e non lo avranno mai, le non-posto-fisso, senza tutele. Era per loro la riforma, no? Allora qualche numero, e i nostri 4 punti.

Uno. Non tutti i disoccupati sono uguali. Ci sono quelli che hanno appena perso un lavoro e quelli che invece cercano il primo lavoro, o escono da un periodo in cui (vuoi per scoraggiamento, vuoi per altri accidenti della vita, tra i quali – per dire – un figlio) non l’avevano e non l’hanno cercato. Tra i primi (disoccupati ex-lavoratori) i maschi sono la maggioranza: 56%. Nel secondo gruppo (nuovi entranti sul mercato del lavoro) primeggiano le donne: 63%. (dati Istat, riportati nell’articolo di redazione di inGenere.it “Lavoro, una riforma che guarda al passato). Tutti gli ammortizzatori sociali oggi esistenti sono per il primo gruppo, gli ex. Motivo forte per sperare nella riforma. Che però non prevede niente per i nuovi entranti: hai un’indennità, di qualche tipo, in caso di disoccupazione, solo se hai perso un lavoro.

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Anche Woman’s Journal sostiene e rilancia le proposte di Iaia Caputo, scrittrice e in libreria con “Il silenzio degli uomini” (ed. Feltrinelli). Per la Caputo è arrivato il momento che gli uomini facciano sentire la propria voce contro la violenza subita endemicamente dalle donne, la violenza di genere o femminicidio, per questo propone due iniziative, che sottoscriviamo.

Dal blog di Iaia Caputo

Forse è arrivato il momento di porre una questione maschile in Italia: di imporla con forza all’ordine del giorno, ai mass media, a campagne di sensibilizzazione per farne quel che è: anche, un’emergenza sociale e non una questione privata. Innanzitutto strappandoci dai meandri della coscienza l’oscura convinzione che la violenza sia immanente al maschile e dunque immodificabile, intrasformabile, imbattibile.
E ho due proposte da fare:

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Di Angela Ferracci, presidente Cido (comitato italiano per i diritti delle persone obese) ed esperta in patient advocacy

Da uno studio del Journal of applied psychology, e, poi ripreso da Forbes, le donne “molto magre” guadagnano circa 22mila dollari (circa 15mila euro) in più delle loro “colleghe normopeso”, e inoltre, più i chili aumentano, più diminuiscono i salari. Timothy A. Judge della University of Florida, e Daniel M. Cable della London Business School hanno messo in relazione il reddito al peso corporeo. Da questa analisi è emerso che non solo le donne guadagnano meno se pesano “il giusto” ma sono addirittura punite se in sovrappeso. Quello che rende questo studio ancora più triste è il fatto che l’aumento di peso influisce molto sul reddito femminile, mentre su quello maschile non ha effetti rilevanti. In pratica, i chili di troppo, discriminano anche sul luogo di lavoro. Al tradizionale “gender wage gap”, il differenziale salariale fra maschi e femmine, ora bisogna parlare anche il “gender and weight wage gap”. Gap , influenzato, non solo dalla differenze di genere, ma anche da quelle di peso.

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Angela Ferracci è presidente del Cido, il comitato italiano per i diritti delle persone affette da obesità e altri disturbi alimentari. Si batte affinché l’obesità sia riconosciuta come malattia, al pari di anoressia o bulimia. Oggi non è così, l’obesità è considerata un fattore di rischio, una pre-patologia, per il Servizio sanitario nazionale ma non una malattia di per sé. Gli obesi hanno così minori diritti sanitari. Per loro, a volte mancano le macchine per fare gli esami diagnostici, com’è capitato ad Angela.

Qui pubblichiamo un’intervista apparsa sulla rivista del master di giornalismo di Torino e che racconta la sua storia personale, la pratica agonistica interrotta, i chili che diventano sempre di più, l’incontro con medici poco comprensivi e la discriminazione. Perché è questo che Angela e quelli come lei devono subire: continue discriminazioni, sul lavoro, negli sport, nelle relazioni.

Angela è tra le nuove collaboratrici di Woman’s Journal, insieme a Giovanna Lacedra, che conoscerete presto. Anche Giovanni  ha molto da dire sul problema peso e del rapporto con il cibo. Guarda le foto di Angela

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Le proposte editoriali selezionate ogni settimana per voi da Clarissa.

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