Una corsia preferenziale per i reati di genere, perché no?
Leggo la notizia di una casalinga trovata morta in un centro commerciale del nord Italia e per il cui decesso è stato sentito il marito. Non c’è ancora nessun indagato ma colpisce leggere dell’ennesima morte di una donna e per cui non c’è una ragione apparente. È una tragedia che si consuma nel nostro Paese un giorno sì e uno no: sono quelle uccise dai propri compagni e mariti, fidanzati ed ex. Quelle donne troppo deboli per difendersi e che hanno scelto il proprio aguzzino. Si amavano, si scrive sempre, prima della “follia omicida”, prima del “delitto passionale”. Che passione o amore è quello che porta alla morte? Forse dovremmo riscrivere la definizione di amore se troppo spesso a quel sentimento è associata la sofferenza e infine, la morte.
Ha fatto molto scalpore in rete, sui giornali, tra le femministe, la decisione della Corte di cassazione di annullare la custodia cautelare in carcere per gli indagati di strupro di gruppo ma, come spiega bene l’avvocato e femminista Barbara Spinelli, sul suo blog la Cassazione non poteva fare altrimenti.
Di solito le scene a cui assisto sulle spiagge mi rendono indifferente o mi fanno sbuffare di noia. C’è il solito quadretto familiare: mamma, papà, uno o più bambini. Il papà legge il giornale o è sdraiato a prendere il sole, la mamma sta dietro ai figli: gli mette la crema, li asciuga quando escono dal mare, va a prende la paletta dimenticata qualche metro più in là. Dà loro da mangiare.
di Ferrodastiro
L’Italia prova a cambiare. Dopo un iter legislativo durato 2 anni è stata approvata con un’ampia maggioranza una legge rivoluzionaria per il nostro Paese. Dal 2012 le aziende quotate dovranno avere una rappresentanza di donne, per legge. Questo, perché la Costituzione sancisce all’articolo 3 una parità di genere sostanziale che invece, rimane spesso solo formale.
Art 3.2 È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
WOMAN’S JOURNAL ADERISCE ALL’APPELLO MAI PIU’ COMPLICI
Cinquantaquattro. L’Italia rincorre primati: sono cinquantaquattro, dall’inizio di questo 2012, le donne morte per mano di uomo. L’ultima vittima si chiama Vanessa, 20 anni, siciliana, strangolata e ritrovata sotto il ponte di una strada statale. I nomi, l’età, le città cambiano, le storie invece si ripetono: sono gli uomini più vicini alle donne a ucciderle. Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la responsabilità. E’ ora invece di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’ tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di chi le uccide perché incapace di accettare la loro libertà. E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio, chiediamo agli uomini di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore. Le ragazze sulla rete scrivono: con il sorriso di Vanessa viene meno un pezzo d’Italia. Un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà. Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di assecondarla. Comitato promotore nazionale Senonoraquando, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo-Il Corpo delle DonneIN EVIDENZA
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Women watch delle Nazioni Unite- UN gender equality news feed ottobre 13, 2011
Unifem news- 16 Days of Activism: Gazans Rally Together at Festival to Combat Gender Violence (News) dicembre 9, 2010
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Come rompo l’equazione maternità uguale carriera finita?
Non che sia, migliore o peggiore, di quella maschile ma è diversa perché comprende una condizione che è prerogativa solo delle donne, ovvero la gravidanza. Ed è su questo che la partita si gioca. Per le giovani, che si ritrovano a 30 a non avere ancora una carriera ben solida e a desiderare un figlio (che inevitabilmente manderebbe all’aria i piani di carriera fin lì sognati e stentatamente costruiti) e per le donne che i figli ce li hanno già e che devono sobbarcarsi i costi della “conciliazione” (brutta parola che significa: se il bambino sta male ci pensa lei, se è da andare a prendere a scuola ci pensa lei… e al lavoro di lei chi ci pensa?).
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