Corpo, sesso e società nell’ultimo libro di Pat Carra
“Tu non conosci il tuo corpo.” “Nessuno ci ha mai presentati.” Comincia così l’ultimo libro di Pat Carra, Sex of humour, pubblicato a settembre 2011 da Fandango Libri, una raccolta di vignette sul tema della sessualità raccontata nella lingua ironica, disincantata e poetica delle donne. Sono 144 pagine di storie, riflessioni appuntite, battute amare, parole di tolleranza e sovversione, annunci a luci rosse. Ci sono dentro corpi, suore e burqa, letti e divani, coppie e amiche, Veronica Lario che “sputa finalmente il rospo”, madri, insegnanti, oculiste esibizioniste… Il tono è gentile ma deciso, gli strumenti matita e sguardo critico, il soggetto il sesso come elemento e metafora del rapporto tra uomini e donne, il risultato lo svelamento e il ribaltamento delle dinamiche tradizionali dei rapporti tra i generi, con la cronaca e la politica a intessere la trama di ogni illustrazione. La lettura è un piacere, pur non essendo evasione, è benefica, fortificante.
Pat Carra è nata nel 1954, ha iniziato a disegnare da bambina e ha continuato a farlo da adulta per riviste, quotidiani e mostre. Ha diretto la rivista della Libreria delle donne di Milano (leggi l’intervista su Woman’s Journal) Aspirina e disegnato, tra gli altri, per Cuore, il Manifesto, Corriere della Sera, Donna Moderna. Nel 2006 ha vinto il Premio Internazionale di Satira politica di Forte dei Marmi. Con Sex of humour firma il suo nono libro, che esce dopo Annunci di lavoro, del 2010. Da dicembre 2010 a gennaio 2011 ha esposto al Complesso del Vittoriano 29 opere ricamate a mano su tela.
Con Sex of humour in mano le abbiamo fatto qualche domanda.
Perché pubblicare ora un libro su questo tema? È vero che spesso i libri nascono anche sotto la spinta delle pressioni sociali e politiche, ma questo è un libro senza tempo e ci pensavo da una decina d’anni. Contiene, accanto a materiali piuttosto antichi, alcuni dei quali risalgono al 1995, molti disegni inediti; lo sono tutte le vignette della terza parte e molte della prima. La sezione centrale, Weronica, è quella più legata all’attualità, essendo incentrata sul gesto compiuto da Veronica Lario nel 2009.
Che cosa ha rappresentato la denuncia di Veronica Lario, che ha ispirato le vignette di questa sezione? Veronica Lario ha compiuto un gesto di libertà molto tipico del femminile, ha compiuto un gesto politico, tra l’altro dimostrando il vecchio motto secondo cui “il personale è politico”. Il suo gesto non è stato capito subito, l’omertà maschile è trasversale su questi argomenti, e chi l’ha sostenuta è stata tacciata di moralismo.
Chi sono le donne degli Annunci a luci rosse della terza parte del volume? Sono donne che parlano singolarmente, dicono quello che vogliono, che desiderano. Amo molto il dialogo, ma qui ho scelto il format della donna singola che si esprime in modo libero, giocoso, tra il malinconico e l’estremo, dice cosa vuole utilizzando frasi che sono giochi di linguaggio, mai giochi di parole. Alcune di queste vignette sono nate da scene a cui ho assistito, da donne reali che mi hanno ispirata.
Come nascono i suoi fumetti e le vignette? Per me questo lavoro, che amo molto, consiste nel generare da un’urgenza, dal desiderio di ridere e far ridere. La presenza di testo e immagine richiede la capacità di avere il colpo d’occhio su entrambi, di tenere insieme le parole e il corpo da cui escono, lo sguardo, le mani… Per disegnare un fumetto devo essere molto arrabbiata per qualcosa, ma si tratta sempre di una rabbia già elaborata, che fa uscire uno scatto differente. L’umorismo è questo, la possibilità di dire la rabbia in modo diverso.
Prima di pubblicare una striscia o una vignetta ne testa in qualche modo l’efficacia? All’inizio lo facevo, poi ho acquisito maggiore sicurezza e ora capita raramente. Quando ho un’incertezza faccio vedere la vignetta a un’amica, a mio marito e soprattutto a mia figlia Livia, che da qualche tempo mi aiuta in studio, è con lei che ho aggiunto il colore in questo libro, quelli precedenti sono tutti in bianco e nero. In verità mi sento molto sostenuta, le vignette nascono anche da conversazioni, incontri, in particolare dalle riunioni alla Libreria delle donne di Milano. In ogni caso c’è sempre il passaggio in redazione, la verifica è continua.
Ha mai subito l’imposizione di limiti, paletti o addirittura qualche forma di censura? Non parlerei di censura. Da quotidiani come il Manifesto o il Corriere della Sera non mi sono mai sentita limitata; ci sono state una certa tensione e qualche incomprensione, invece, negli ultimi tempi a Donna Moderna, nel 2006.
Qual è il ruolo di una fumettista e autrice satirica nella società contemporanea? Io spero sempre di far ridere, perché mi piace e perché serve a togliere una retorica tragica e apocalittica fatta per spaventare, e la paura è un’arma potente, che può essere usata per opprimere.
Quale spazio le danno i mezzi di comunicazione? Sono stata molto fortunata perché negli anni Ottanta c’era una forte presenza di giornaliste che venivano dal femminismo, cosa che mi ha aiutata. Ma dopo vent’anni di collaborazioni con giornali e riviste è sorto un disamore reciproco, non sopportavo più il giornalismo per come era in Italia, così sono andata altrove. Ho sempre trovato una mia via, però, non credo alle rendite di posizione, e comunque se potessi goderne la considererei un’ingiustizia sociale. Ho cercato altri modi, mostre, libri, il web, il tessuto. Il tessuto mi piace molto, mi ha permesso anche di iniziare il progetto artistico-artigianale Punto a capo Milano-Mumbai con un gruppo di donne indiane dell’ong Lok Seva Sangam.
Qual è il suo rapporto con la Libreria delle donne di Milano e con l’attuale movimento femminile e femminista? La Libreria delle donne è il mio luogo d’elezione. Il mio incontro con il femminismo è avvenuto nel 1974 a Parma, dove sono nata. Nel 1977, a ventitré anni, sono andata a vivere a Milano, non per l’università, anche se in effetti frequentavo la Statale, ma per stare vicino alla Libreria delle donne, per stare dentro il femminismo. La mia partecipazione ai luoghi del femminismo attivo è sempre stata così forte che di fronte al movimento contemporaneo non ho la sensazione di una rinascita, bensì di continuità. Il femminismo italiano è stato uno dei più radicali e forti del mondo, sicuramente il più forte in Europa, una rete invisibile è sempre esistita, e questa invisibilità è stata una protezione. Quello che serve non è essere visibili, ma esserci, essere radicate e convinte. Nella generazione delle trentenni si sta muovendo qualcosa di nuovo, ma preferisco essere cauta: non bisogna sopravvalutare il fatto che ora i giornali se ne siano accorti, una cosa esiste se c’è una componente umana vera. Non a caso una delle mie ultime vignette dice: “Viviamo in tempi bui.” “Si vede che accendi solo la tv.”
Scarica alcune vignette di Sex of humour in pdf.
WOMAN’S JOURNAL ADERISCE ALL’APPELLO MAI PIU’ COMPLICI
Cinquantaquattro. L’Italia rincorre primati: sono cinquantaquattro, dall’inizio di questo 2012, le donne morte per mano di uomo. L’ultima vittima si chiama Vanessa, 20 anni, siciliana, strangolata e ritrovata sotto il ponte di una strada statale. I nomi, l’età, le città cambiano, le storie invece si ripetono: sono gli uomini più vicini alle donne a ucciderle. Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la responsabilità. E’ ora invece di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’ tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di chi le uccide perché incapace di accettare la loro libertà. E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio, chiediamo agli uomini di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore. Le ragazze sulla rete scrivono: con il sorriso di Vanessa viene meno un pezzo d’Italia. Un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà. Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di assecondarla. Comitato promotore nazionale Senonoraquando, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo-Il Corpo delle DonneIN EVIDENZA
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