Così le donne ruandesi di Kivumu combattono l’AIDS
Kivumu è un piccolo centro agricolo nel cuore del Rwanda. Qui, circa dieci anni fa, alcune donne sieropositive si sono unite in un’associazione che hanno chiamato Twizerane, “aiutarsi reciprocamente”. Aiutarsi lavorando insieme e condividendo i guadagni, ma anche aiutarsi per combattere il virus dell’HIV ed evitare di trasmetterlo ai figli. È così che nel corso degli anni si sono affermate sempre di più abitudini sanitarie e alimentari che hanno migliorato la qualità della vita di queste donne rwandesi.
A partire dal 2003, Twizerane ha incontrato l’appoggio di un’altra piccola realtà, che porta un nome anch’esso coniato dal kinyarwanda: Umudufu. Si tratta di un’associazione di ragazzi milanesi che operano in Rwanda attraverso la realizzazione e il sostegno di progetti in ambito socio-sanitario ed educativo. I volontari di Umudufu seguono costantemente l’evoluzione di questi progetti, e Twizerane è tra quelli che hanno portato i risultati migliori.
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Oggi l’associazione conta 140 donne sieropositive, e grazie al sostegno di Umudufu sta diventando sempre più autonoma economicamente. Ma l’aiuto più grande è dato proprio dalla forza del gruppo: “Il confronto e la condivisione si sono rivelati strumenti preziosi, che hanno permesso alle donne di Twizerane di affrontare la malattia in un modo dignitoso” dice Cecilia Ferrari, volontaria di Umudufu e psicologa. “In questo modo c’è stata una vera e propria riorganizzazione della vita quotidiana e della gestione della maternità”.
Una nuova consapevolezza, quindi, che ha favorito la diffusione di una cultura della cura e della prevenzione. Ogni settimana, le donne di Twizerane si ritrovano infatti presso il centro nutrizionale di Kivumu, dove oltre ai medicinali vengono distribuiti alimenti che garantiscono una dieta equilibrata, per favorire l’azione dei farmaci antiretrovirali.
Ma in che modo Twizerane si inserisce nella realtà locale di Kivumu? E quali sono i benefici effettivi? Lo abbiamo chiesto a Francesca Benigno, vicepresidente di Umudufu, attiva da diversi anni in Rwanda.
Qual è la situazione delle donne rwandesi?
Si dice che l’Africa cammini sulle gambe delle donne, ed è sicuramente vero. Per la cultura africana è l’uomo che lavora per mantenere la famiglia, mentre la donna si deve dedicare alla cura della casa, a crescere i figli e al lavoro nei campi. Quando l’uomo però è senza lavoro, come spesso accade in Rwanda e in particolare a Kivumu, è la donna a doversi occupare di tutte quelle mansioni che di fatto permettono alla famiglia di sopravvivere.
Quanto è diffusa l’AIDS in Rwanda?
Secondo le statistiche ufficiali delle Nazioni Unite in Rwanda il 2,7% della popolazione in età adulta (sopra i 15 anni) è sieropositiva. Ma credo che questo dato sia sottostimato. È difficile dare dei numeri esatti, perché molte persone sieropositive non sanno di esserlo. Spesso accade che le donne lo scoprano facendo le analisi del sangue durante la gravidanza e che, ricevuto l’esito, i mariti si sottopongano al test scoprendo di essere sieropositivi a loro volta.
È stato così per le donne di Kivumu che hanno fondato Twizerane?
Sì. Le prime donne che si sono unite nell’associazione erano prossime al parto o neomamme che hanno scoperto di essere sieropositive durante la gravidanza o subito dopo. L’idea di fondare Twizerane è nata spontanemanente: le donne trovavano nello stare insieme conforto e speranza. Kivumu ha un centro di sanità gestito dalle suore francescane, che hanno deciso di dare un aiuto concreto all’associazione.
In che modo?
Prima di tutto hanno costruito un centro di diagnosi per l’HIV. Poi hanno cominciato ad aiutare le donne sieropositive, quasi tutte mamme o prossime al parto, insegnando loro il trattamento per negativizzare il virus nei bambini, distribuendo i farmaci antiretrovirali e fornendo alimenti per seguire una dieta equilibrata. Poco dopo siamo subentrati anche noi di Umudufu.
Che cos’è Umudufu?
È un’associazione nata con lo scopo di promuovere una cultura di pace e di solidarietà in Rwanda, valorizzando le risorse locali. È un tipo di volontariato un po’ diverso dal solito: il grosso del lavoro viene svolto quotidianamente a distanza, attraverso il monitoraggio costante di tutti i progetti che sosteniamo. In questo modo cerchiamo di dare un aiuto concreto e continuativo, che non si limiti ai soli periodi che trascorriamo in Rwanda.
Che cosa fa Umudufu per l’associazione Twizerane?
Umudufu ha cominciato a sostenere Twizerane nel 2003 finanziando l’acquisto degli alimenti e supportandola nell’avvio di piccole attività. Abbiamo comprato un campo, costruito un mulino, aiutato l’associazione a far partire un allevamento di maiali. In questo modo, lavorando insieme, le donne riescono a generare un reddito che viene poi condiviso da tutte. Le donne più deboli ovviamente lavorano di meno, ma traggono beneficio dalla condivisione. Inoltre trovano conforto l’una nell’altra, cosa ancora più importante.
C’è stato qualche miglioramento effettivo dal punto di vista sanitario?
Le cure per la negativizzazione del virus nei bambini si sono rivelate molto efficaci: in 4 anni c’è stato solo un caso di bambino sieropositivo. Inoltre la lotta contro l’AIDS si sta lentamente trasformando in prevenzione, con un supporto sempre crescente da parte delle famiglie. Negli ultimi anni anche alcuni uomini hanno cominciato a unirsi a Twizerane, soprattutto i vedovi.
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Cinquantaquattro. L’Italia rincorre primati: sono cinquantaquattro, dall’inizio di questo 2012, le donne morte per mano di uomo. L’ultima vittima si chiama Vanessa, 20 anni, siciliana, strangolata e ritrovata sotto il ponte di una strada statale. I nomi, l’età, le città cambiano, le storie invece si ripetono: sono gli uomini più vicini alle donne a ucciderle. Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la responsabilità. E’ ora invece di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’ tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di chi le uccide perché incapace di accettare la loro libertà. E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio, chiediamo agli uomini di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore. Le ragazze sulla rete scrivono: con il sorriso di Vanessa viene meno un pezzo d’Italia. Un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà. Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di assecondarla. Comitato promotore nazionale Senonoraquando, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo-Il Corpo delle DonneIN EVIDENZA
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