Cultura al femminile: intervista alle ideatrici della libreria delle donne di Milano
Inauguriamo una serie di presentazioni di luoghi creati da donne per le donne attraverso interviste alle loro fondatrici e animatrici. Sono luoghi di incontro, scambio, creazione di senso e azione, fucine di cultura, energia, identità. Scopriremo quali forze li hanno generati, quali sono i loro obiettivi e le loro modalità di azione, quale ruolo rivestono nella società contemporanea e nella comunità in cui si collocano. Andremo alla ricerca, insomma, di reti fuori dalla rete.

Cominciamo con una realtà storica, la Libreria delle donne di Milano in via Pietro Calvi 29 (nelle foto, di Dida Biggi), per la quale risponde alle nostre domande Renata Dionigi.
Quando è nata la Libreria delle donne di Milano e a che scopo?
È nata nel 1975 da un gruppo iniziale di 15 donne, diverse per età, esperienze, interessi, con il progetto di provarsi in una impresa di sole donne e mettere in evidenza la produzione letteraria femminile, a quel tempo molto trascurata.
Chi sono le donne della Libreria?
Al nucleo iniziale si sono aggiunte altre socie che, con l’apporto di esperienze e saperi nuovi, hanno dato continuità e ampliamento al progetto: ora la libreria conta più di 60 socie.
Oltre a vendere libri, che attività organizzate?
La libreria è una realtà composita e in movimento, è autrice di pubblicazioni proprie: dalla rivista Via Dogana ai dvd, uno sulla scuola (L’amore che non scordo; guarda il clip) e uno sulla politica delle donne (La politica del desiderio; guarda il trailer). Inoltre, organizza riunioni, discussioni politiche, presentazioni di libri, proiezioni di film, gestisce un sito web e possiede un fondo di testi esauriti e introvabili altrove.

Chi frequenta la Libreria?
Gruppi di donne che vogliono confrontarsi sulla storia, sulla scuola e sul lavoro.
Sul vostro sito si legge: “Negli anni in cui la libreria è nata c’era bisogno di avere un luogo che desse risalto al pensiero e alla scrittura delle donne”. Qual è oggi il suo ruolo?
Dopo anni di incontri e dopo quattro pubblicazioni, il gruppo Lavoro ha istituito un osservatorio chiamato L’agorà del lavoro con l’obbiettivo di mettere al centro dello spazio pubblico il lavoro e l’economia, illuminandoli con il punto di vista che nasce dall’esperienza e dal pensiero delle donne, vale a dire di ripensare tutto il lavoro a partire dal suo intreccio imprescindibile con la vita. A questo progetto collaborano gruppi e associazioni, che si incontrano una volta al mese in una riunione allargata a donne e uomini interessati alla tematica e in una sede che hanno scelto di comune accordo.
Nel negozio esiste uno spazio espositivo, d’incontro e di lettura?
Tutte le nostre iniziative si svolgono al Circolo della rosa (nella foto sotto), adiacente alla libreria, luogo di incontro, di discussione, di divertimento e in cui si decide il calendario delle attività e degli appuntamenti per promuovere la libera circolazione del sapere femminile.
La vostra attività si può definire politica?
Libreria e Circolo sono essenzialmente luoghi politici, per come noi abbiamo inteso la politica. La chiamiamo politica del partire da sé; nasce dalla riflessione sull’esperienza che ciascuna fa, dello stare insieme in una impresa di donne ma anche nel mondo e si basa sulla relazione.
Siete un esempio di imprenditoria femminile che funziona, avete usufruito di agevolazioni, leggi ad hoc?
Ci siamo da sempre autofinanziate, le socie fondatrici hanno fatto un prestito alla libreria che è stato restituito dopo un anno e 15 artiste hanno messo a disposizione in 100 cartelle numerate le loro opere, pensate per l’occasione e vendute a un prezzo politico, cioè bassissimo, di 200.000 lire. Dalla piccola sede storica di via Dogana, situata in un palazzo del comune a cui abbiamo regolarmente pagato l’affitto, ci siamo spostate dopo 25 anni – l’affitto era diventato troppo alto – in via Pietro Calvi. L’eredità di una nostra socia e la sottoscrizione generosa di gruppi, associazioni, singole donne ci ha permesso di fare questo passaggio con serenità e di verificare l’interesse e il desiderio nostro e di molte donne di tenere aperto questo luogo.
Avete rapporti con altre librerie delle donne?
Siamo amiche delle altre librerie delle donne, ci scambiamo informazioni, libri, a volte presentazioni di libri, ma non facciamo riunioni per decidere strategie di vendita o politiche: ognuna si gestisce in autonomia. Partecipiamo invece a feste, ricorrenze, compleanni, che organizziamo reciprocamente e dove l’incontro è un momento di scambio e di allegria conviviale.
Potete darci qualche consiglio di lettura, inclusi titoli per l’infanzia?
Due libri pubblicati di recente sono in questo periodo i più gettonati nella nostra libreria: Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna di Luisa Muraro, un testo fondamentale sulla donna e sull’essere donna, e Sex of humour di Pat Carra, un libro di surreali vignette che “scuote i rapporti tra i sessi, disfa il nodo sesso potere politica” e ci fa riflettere sorridendo. Ma non dimentichiamo Carla Lonzi, la donna che ha iniziato il femminismo in Italia, i cui libri sono in assoluto quelli più richiesti da sempre. Per le bambine sempre Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren, Il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett, Piccole donne di Louisa May Alcott e tutti i libri che Bianca Pitzorno ha dedicato alle bambine: L’incredibile storia di Lavinia, Streghetta mia, Parlare a vanvera, Extraterrestre alla pari… fino ad arrivare a La bambinaia francese per le adolescenti. E ancora, per le adolescenti, due libri della casa editrice di Madrid Sabina Editorial: Ipazia d’Alessandria di Luisa Muraro e Clara De Anduza di Marirì Martinengo. E i libri di Jane Austen, Persuasione e Orgoglio e Pregiudizio.
Foto di Dida Biggi
WOMAN’S JOURNAL ADERISCE ALL’APPELLO MAI PIU’ COMPLICI
Cinquantaquattro. L’Italia rincorre primati: sono cinquantaquattro, dall’inizio di questo 2012, le donne morte per mano di uomo. L’ultima vittima si chiama Vanessa, 20 anni, siciliana, strangolata e ritrovata sotto il ponte di una strada statale. I nomi, l’età, le città cambiano, le storie invece si ripetono: sono gli uomini più vicini alle donne a ucciderle. Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la responsabilità. E’ ora invece di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’ tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di chi le uccide perché incapace di accettare la loro libertà. E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio, chiediamo agli uomini di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore. Le ragazze sulla rete scrivono: con il sorriso di Vanessa viene meno un pezzo d’Italia. Un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà. Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di assecondarla. Comitato promotore nazionale Senonoraquando, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo-Il Corpo delle DonneIN EVIDENZA
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