La giornalista del 2011
di Alessia Cerantola
Dopo aver vinto il premio messo in palio dalla scrittrice Susannah Breslin su Forbes, la vita professionale di Lauren Orsini è cambiata. La giornalista 24enne di Washingthon DC, e di origini italiane, aveva sconfitto le concorrenti con il suo articolo su “come essere una giornalista nel 2011”. Da qualche settimana ha smesso di essere “una giornalista del weekend” ed è diventata una redattrice del neonato “The daily dot”, un sito che si occupa delle più grandi comunità del web, nello stile di un giornale locale. Qui Lauren continuerà a occuparsi della sua nicchia d’interesse: la cultura popolare giapponese.
Quando è nata questa passione?
“Mi interesso di cultura giapponese sin da quando avevo sette anni e la mia squadra di Scout femminile ha fatto un’unità didattica su questo tema. Ho cominciato a conoscere la mitologia, il design e il cibo giapponese. Ma è solo durante le scuole medie che ho iniziato a guardare anime e leggere manga”.
Come è cambiata nel tempo questo interesse?
“Oggi mi concentro soprattutto sui modi in cui il mondo dei fan della cultura popolare giapponese si materializza in occidente. Mi piacciono ancora gli anime, i manga e il sushi, ma ciò che preferisco scrivere è il modo in cui gli occidentali hanno reso propria la cultura giapponese: i fan sono la continua fonte di ispirazione per i miei articoli”.
Come deve essere per te il giornalismo?
““Out of the box”, quello che trova in sé la motivazione. Quando ero alla scuola di giornalismo molti miei
compagni scrivevano pezzi solo quando era richiesto a lezione. E poi aspettavano di essere assunti in un giornale prima di scrivere di più. Sarei impazzita se non avessi avuto i miei progetti di articoli su cui scrivere. Penso che sia meglio scegliere un soggetto che ti interessa e continuare ad arricchire il tuo portfolio, pagato o meno. Grazie a internet ciascuno di noi può scrivere un articolo e pubblicare per pochi soldi o gratuitamente. I giornalisti hanno bisogno delle loro opportunità di scrittura. Se sei in gamba le persone noteranno i tuoi scritti e ti offriranno un lavoro di tipo tradizionale.
È importante ricordare che quello che sto suggerendo non significa lavorare gratuitamente. Scrivere solo per denaro o per avere crediti scolastici mostra che si dà valore al proprio lavoro. Io scrivo per il mio blog senza ricevere soldi, ma mi diverto molto. Non penso che i giornalisti debbano scrivere niente di gratuito. A meno che non si divertano a farlo”.
Qual è la differenza tra un blogger e un giornalista?
“Un blogger non ha così tante regole da seguire. Non ha bisogno di aggiustare gli articoli per impressionare il proprio capo o l’azienda. Non ha alcuna credenziale, ma se il suo lavoro è buono e piace alle persone, si fa una buona reputazione da solo. Invece un giornalista ha le credenziali dal giornale o dal sito per cui lavora. Ma deve anche promuovere la sua proposta di articolo a un editore prima di iniziare a scrivere. e alcune di queste idee sono destinate a essere rigettate. Questo è il motivo per cui, anche se ho un lavoro a tempo pieno da professionista, continuerò ad avere il blog per mettere gli articoli che interessano a me, ma non ai miei editori. È bello avere un posto in cui nessuno ti dice che cosa scrivere”.
Qual è la regola più importante che devono seguire blogger e giornalisti?
“La sincerità, verso i lettori e i soggetti di cui parlano. Devono rimanere neutrale e fedele ai fatti, anche se stanno intervistando persone molto affascinanti. Nell’era dei motori di ricerca, si tende a esagerare i fatti e i titoli per avere più visite. Ma se le persone capiscono che non sei un giornalista onesto, nessuno leggerà le tue storie di nuovo. La disonestà è un danno a tutti attorno a te e di fatto peggiora le tue storie nel lungo termine.
Il mio mantra personale per il giornalismo è “sii curioso, onesto e chiaro”. Io sono curiosa e chiara per natura, ma l’onestà è qualcosa su cui ciascuno può lavorare”.
WOMAN’S JOURNAL ADERISCE ALL’APPELLO MAI PIU’ COMPLICI
Cinquantaquattro. L’Italia rincorre primati: sono cinquantaquattro, dall’inizio di questo 2012, le donne morte per mano di uomo. L’ultima vittima si chiama Vanessa, 20 anni, siciliana, strangolata e ritrovata sotto il ponte di una strada statale. I nomi, l’età, le città cambiano, le storie invece si ripetono: sono gli uomini più vicini alle donne a ucciderle. Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la responsabilità. E’ ora invece di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’ tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di chi le uccide perché incapace di accettare la loro libertà. E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio, chiediamo agli uomini di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore. Le ragazze sulla rete scrivono: con il sorriso di Vanessa viene meno un pezzo d’Italia. Un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà. Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di assecondarla. Comitato promotore nazionale Senonoraquando, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo-Il Corpo delle DonneIN EVIDENZA
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