La fortuna di essere donna, secondo Luisa Muraro
In occasione delle manifestazioni organizzate quest’anno da Se non ora quando? – a Roma il 13 febbraio e a Siena il 9 e 10 luglio (leggi gli articoli su Woman’s Journal) – mi sono trovata a riflettere sull’importanza di convenire fisicamente in un luogo e condividere idee e azione in presenza. Ho partecipato alla prima e non alla seconda, per ragioni personali, ma avrei voluto farlo e so che mi sarebbe servito.
Senza negare l’estrema importanza dell’azione e del confronto attraverso la rete, sono sempre più convinta che la compresenza dei corpi sia indispensabile. Serve al movimento in sé, facilita la sua espansione, la nascita di idee e la formazione di legami. E serve alla singola persona, rende reale la comunità a cui appartiene, dà concretezza al suo impegno, suscita entusiasmo, genera energia, crea senso e una più forte consapevolezza di essere soggetto.
Trovo conferma a quest’idea nell’esperienza di una delle femministe italiane più note e autorevoli, la filosofa Luisa Muraro, che la racconta nel suo ultimo libro, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, pubblicato a marzo da Carocci Editore. Nel volume, lucido e denso, Muraro spiega con chiarezza i concetti fondamentali della teoria della differenza, anche attraverso numerosi riferimenti alla propria storia personale, alle letture e alle scoperte fatte attraverso l’incontro di corpi e lo scambio di idee nei gruppi di autocoscienza durante gli anni ’60 e ’70:
Separandosi dalla riunione mista e restando insieme per parlare altrove e altrimenti, quelle studentesse avevano inventato il modo di produrre e distribuire a beneficio delle donne il bene gratuito ed essenziale di esistere e di sentirsi esistere. […] C’ero anch’io. Mi sentii come una cariatide in cui la vita ha ripreso a fluire e si stacca dal palazzo per camminare liberamente, ricordo di essere realmente andata di qua e di là annunciando che era finito il tempo in cui dovevamo tenere su il cielo dei valori altrui.
Detto questo, Luisa Muraro non ha partecipato alla manifestazione del 13 febbraio. Ha spiegato sul Corriere della Sera che intravedeva il pericolo di una strumentalizzazione dell’evento da parte di “quelli che a suo tempo non hanno fatto quello che avrebbero dovuto fare”, ma ha comunque rivolto un invito a chi avesse deciso di andarci: “Ci vai, per te. Non andarci contro qualcuno per conto di altri”.
A mio avviso, il contemporaneo movimento delle donne in Italia soffre della mancanza di questo contatto vitale, non a caso Lorella Zanardo ha passato gli ultimi anni viaggiando per l’Italia per portare se stessa, il proprio video e le proprie idee alle persone, non si è accontentata del sito, del blog, dei link. La distanza e l’isolamento fanno delle donne un soggetto meno forte di quanto potrebbero essere, per questo le occasioni di incontro sono così preziose, per questo sarei voluta andare a Siena e per questo mi auguro che la partecipazione al Feminist Camp Blog di ottobre sia numerosa e faccia parlare.
Pur avendo qualche perplessità su alcuni concetti del femminismo della differenza e ritenendoli per certi aspetti pericolosi, sono convinta che conoscerlo e confrontarsi con esso sia doveroso: dal suo studio, dall’analisi e dalla critica possono nascere spunti illuminanti per l’elaborazione della propria identità femminile e la comprensione di quella altrui. In questo senso Non è da tutti è uno strumento eccellente.
Il fulcro del ragionamento intessuto in queste pagine è il concetto di eccellenza femminile, la peculiarità che renderebbe le donne differenti dagli uomini, un insieme di capacità e attitudini che l’autrice non si spinge a enumerare, ritenendo che vadano scoperte attraverso la vita e la pratica. Setacciando i paragrafi del libro è però possibile individuarne alcune. Una di esse è
la superiore comune capacità femminile di sentire, cui gli uomini pervengono eccezionalmente (e sono quelli che si danno all’arte con successo).
In virtù di questa capacità, afferma la filosofa, le donne
hanno aperto la pista di un pragmatismo non a spese di altri e […] insegnano che dalla relazione si guadagna più che dalla competizione.
La conquista dell’indipendenza dagli uomini avrebbe quindi valore in sé, in quanto le renderebbe libere di capire i propri desideri e farne esperienza, e non dovrebbe avere secondi fini come la presa del potere. È qui che vedo il primo pericolo: senza puntare a partecipare alla gestione della società, mi sembra, le donne non possono ottenere e costruire gli strumenti e i servizi necessari a essere libere.
Muraro precisa però:
Se sei una donna, sbagli a credere di poter essere indipendente senza che ciò abbia ripercussioni sul mondo, perché il mondo ha sempre contato sulle donne.
In sostanza, quello che la filosofa contesta non è la lotta per i diritti e l’equità, ma questa lotta se intesa semplicemente come corsa al potere. Quella della politica come conquista, spartizione e gestione del potere sarebbe infatti una logica maschile e patriarcale, le donne le sarebbero estranee.
A questo si aggiunge una decisa critica del vittimismo, che Luisa Muraro individua in molti approcci femministi i quali descrivono le donne nella storia esclusivamente come vittime del sopruso maschile, coprendo in questo modo le innumerevoli imprese di cui esse sono state protagoniste e per le quali in alcuni casi sono state apprezzate, in altri hanno pagato. Se le loro imprese sono invisibili, dice Muraro, è perché la storia è stata scritta in modo da ridimensionarle fino a farle scomparire: cambiare il proprio sguardo sulla storia e sul mondo sarebbe il modo per farle riemergere. Riconoscere se stesse come soggetti attivi e differenti sarebbe quindi il primo passo sulla strada di un cambiamento sociale guidato da nuovi principi, principi appunto femminili (a questo proposito leggi sul Corriere della Sera L’eterno vittimismo indebolisce le donne, di Marina Terragni).
Infine, la maternità. È questa una qualità che, associata al concetto di identità femminile, può far tremare di spavento, essendo una delle caratteristiche che più spesso e più facilmente hanno generato e giustificato la discriminazione.
Racconta Muraro:
La tentazione che molte, tra le femministe, hanno avuto di buttare a mare tutto quello che, nel passato, è stato associato al femminile e al materno, dopo secoli e millenni di uso e abuso che se n’è fatto, questa tentazione io la capisco perché l’ho avuta come tante altre, era la voglia di diventare una donna irriconoscibile come tale.
Questa affermazione spalanca con un urlo la questione dell’identità di genere, divenuta ancora più complessa da quando i generi si sono moltiplicati e i confini tra uno e l’altro si sono sbiaditi. Chi è cosa? Chi fa cosa? Chi può legittimamente sentire e desiderare cosa? Quali caratteri appartengono a un genere “per natura” e dove cominciano gli effetti della cultura? La risposta di Luisa Muraro è quella di una donna che ha le idee chiare, ma forse non riesce a convincere chi non le ha:
Come si fa a distinguere nella realtà storica quello che entra veramente dai suoi bordi porosi e la arricchisce, e quello che invece viene prodotto dal suo interno dai dispositivi di un potere che vuole durare e riprodursi?
Come si fa? Non si fa a tavolino, si fa in pratica e solo facendolo in pratica si può anche in teoria. L’esempio che quelle della mia generazione conoscono meglio riguarda proprio le nostre madri, alle quali ci siamo ribellate perché, consapevoli o no, molte di loro trasmettevano la volontà del padre con la “p” maiuscola e minuscola, anche contro i propri interessi. […] Nonostante tutto questo, […] non le abbiamo rinnegate né come donne né come madri, e ci siamo impegnate a riscattare il rapporto madre-figlia dalla sua soggezione alla cultura patriarcale.
Sono, questi, solo alcuni snodi di un libro che è teoria, storia e passione, un libro che ha già fatto discutere molto (leggi, per esempio, il post e i commenti su Lipperatura), un libro che contiene una parte cospicua della lotta e della cultura femminile, non solo italiana, con cui quindi non ci si può esimere dal confrontarsi.
Nella foto in alto: marcia delle donne per l’uguaglianza a New York (agosto 1970).
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Cinquantaquattro. L’Italia rincorre primati: sono cinquantaquattro, dall’inizio di questo 2012, le donne morte per mano di uomo. L’ultima vittima si chiama Vanessa, 20 anni, siciliana, strangolata e ritrovata sotto il ponte di una strada statale. I nomi, l’età, le città cambiano, le storie invece si ripetono: sono gli uomini più vicini alle donne a ucciderle. Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la responsabilità. E’ ora invece di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’ tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di chi le uccide perché incapace di accettare la loro libertà. E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio, chiediamo agli uomini di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore. Le ragazze sulla rete scrivono: con il sorriso di Vanessa viene meno un pezzo d’Italia. Un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà. Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di assecondarla. Comitato promotore nazionale Senonoraquando, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo-Il Corpo delle DonneIN EVIDENZA
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