Costa d’Avorio: prima sentenza contro le mutilazioni genitali femminili
In 22 paesi africani le mutilazioni genitali femminili sono un reato. In Costa d’Avorio lo sono dal 1998, ma solo pochi giorni fa, il 20 luglio, è arrivata la prima sentenza di colpevolezza: nove donne sono state condannate al carcere e a una multa pecuniaria per aver compiuto queste pratiche (leggi la notizia su The New York Times).
Secondo l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), si definiscono mutilazioni genitali femminili (FGM) “tutte le procedure che implicano la rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni o altre lesioni degli organi genitali femminili non dovute a ragioni mediche”. Sempre secondo l’Oms, attualmente circa 140 milioni di donne sopportano le conseguenze di queste pratiche e solo in Africa sono 92 milioni le giovani sopra i 10 anni che le hanno subite, alle quali se ne aggiungono 3 milioni ogni anno. Benché la maggior parte dei casi si concentri nel continente africano, le FGM sono presenti anche in altre aree – soprattutto nello Yemen, in India, Indonesia, Iraq, Malesia, Emirati Arabi Uniti, Israele – e non di rado si riscontrano nei paesi occidentali, all’interno di alcune comunità di migranti.
Combattono per eliminarle sia istituzioni governative sia associazioni non profit. L’Unicef, per esempio, ha lanciato nel 2007 la campagna End Female Genital Mutilation/Cutting, mentre Amnesty Irlanda porta avanti la End FGM European Campaign in collaborazione con altre 13 associazioni. Recentemente, il 12 maggio di quest’anno, l’organizzazione non profit No peace without justice, fondata nel 1993 da Emma Bonino, ha lanciato, nell’ambito della campagna Ban FGM, un appello alle Nazioni Unite affinché adottino una risoluzione che proibisca esplicitamente le mutilazioni genitali femminili e a tutti gli stati del mondo perché si dotino di una legge che le vieti e prendano ogni misura necessaria a contrastarle e debellarle.
In alto, il manifesto della campagna Ban FGM.



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