La depressione post partum e il baby blues in libreria
Se entri in libreria e cerchi qualcosa sulla depressione post partum, non trovi niente. Allora chiedi al libraio o alla libraia. Silenzio, mugugno, un’espressione che vale più di mille parole: “Depressione… parto… Dove vado a rovistare? Psicologia, maternità, puericultura… Qualcosa ci dovrà pur essere.” Comincia così la ricerca tra gli scaffali, fronte corrugata e dito su e giù per i dorsi di copertina. L’avventura ha due possibili epiloghi: a) non salta fuori niente, b) compare un libretto datato, scritto per studenti universitari e operatori del settore bisognosi di un ripasso.
Stupisce che il tema non sia ancora riuscito a entrare, anche in Italia, nell’ordine del giorno. Esistono, naturalmente, pubblicazioni specialistiche: Mamma in blu di F. Marshall (Tea, 2001) e Depressione postnatale. Ricerca, prevenzione e strategie di intervento psicologico di Milgrom, Martin e Negri (Erickson, 2003) sono ancora in catalogo, acquistabili online o prenotandoli in libreria. Più recenti La depressione postnatale di Monti e Agostini (Carocci, 2006),
snello ma piuttosto tecnico; Maternità e psicopatologia di Cox e Holden (Erickson) e Quando le madri non sono felici di Ammaniti, Cimino e Trentini (Il Pensiero Scientifico), entrambi del 2008 e decisamente rivolti a un pubblico di professionisti; e ancora Una richiesta di aiuto invisibile e silente di C. Pugi (2011, Nicomp), incentrato sulle potenzialità terapeutiche del massaggio.
Si tratta tuttavia di testi che parlano ai medici e agli operatori molto più che alle donne, opere accessibili a tutti per il prezzo, piuttosto contenuto, ma probabilmente non per il linguaggio. Si differenzia da questo modello Mamme tristi. Vincere la depressione post-parto di Leveni e Morosini (Erickson, 2009), ricco di semplici suggerimenti pratici.
Secondo i dati dell’O.N.Da (Osservatorio nazionale sulla salute della donna), a cadere nella depressione postnatale, o nel più breve baby blues, sono ogni anno circa 90.000 neomamme. Sembra che in molti casi la prevenzione possa scongiurare la caduta, e a questo scopo sono nate iniziative come quella della Casa Rosa di Milano (leggi l’articolo su Woman’s Journal) e la campagna A smile for Moms.
Il punto, tuttavia, è proprio che del disturbo si parla poco fuori dall’ambiente medico e psicologico, e che molte mamme sono restie a esternare il proprio malessere perché si sentono colpevolmente lontane dal modello della madre perfetta con cui sono portate a confrontarsi. Ecco perché condividere la propria esperienza può aiutare, serve a dire: non sei sola e non sei pazza, come molte altre donne hai un problema che si può affrontare e risolvere.
Fortunatamente, alla fine degli anni Duemila anche in Italia la retorica della maternità come evento (solo e sempre) lieto ha cominciato a essere messa in discussione.
Nel 2009 Paola Maraone ha scritto Ero una brava mamma prima di avere figli (Rizzoli), una sorta di diario di bordo per neomamme contemporanee in cui sono raccontate le difficoltà quotidiane che si incontrano nel primo anno di vita del bambino, incluso il baby blues. Nel 2010, sempre per Rizzoli, è uscito Quello che le mamme non dicono, storia delle difficoltà di una giovane madre, Chiara Cecilia Santamaria, alle prese con una Polpetta arrivata “senza istruzioni”.
L’anno scorso, poi, sono stati pubblicati due libri di donne che hanno vissuto e superato la depressione post partum, ognuna con le proprie risorse, che si raccontano con onestà e ironia: Di materno avevo solo il latte di Deborah Papisca (BCDe) e M’ammazza. Diario di una mamma politicamente scorretta di Camila Raznovich (Rizzoli). Finalmente voci di donne che parlano alle donne.
È difficile credere, tuttavia, che l’elenco finisca qui. Aiutateci a completarlo, a capire perché di questo tema si parli così poco e a lanciare salvagenti a chi ne ha bisogno: informazioni, link, idee, racconti di depressione e di rinascita…




Leggendo questo articolo sento salire una grande tristezza per tutte le donne sempre più ridotte a simulacri e sempre più distanti le une dalle altre.
Non ho letto i libri sopra citati ma guardando le loro copertine sono inorridita. Nella prima c’è un rossetto, uno smalto e un quaderno su cui cade un biberon e un bavaglino, come se la maternità ti cadesse addosso, come se fosse un’ aggressione. Nella seconda ci si appella a un’immagine vecchia di decenni quando le donne erano costrette al ruolo di madri. La terza è atroce, una figurina all’ora del cocktail che si ritrova nella spiacevole situazione di dover allattare e infatti la parola che usa per definire l’essere umano a cui ha regalato una vita è “polpetta senza istruzioni” e questa citazione dovrebbe essere denunciata da qualsiasi donna provvista di sentimento. Qualsiasi donna che sente la vita dovrebbe provare orrore per questa definizione squallida di donne che viene propinata in libreria e ribadita in questo articolo. Non dobbiamo essere delle mamma fighe e politicamente scorrette non c’è bisogno. Dobbiamo essere delle donne che sentono, che condividono e che amano. Possiamo e dovremmo per un posto migliore da vivere e da lasciare ai nostri figli. Se capita poi la depressione post-partum c’è bisogno di altre donne con cui condividere non di manuali.