Cambiare sesso
La legge 164/1982 disciplina il percorso legale che le persone “affette” dal cosiddetto Disturbo dell’Identità di Genere (DIG) devono intraprendere, in Italia, per ottenere l’autorizzazione a modificare i propri dati anagrafici, in relazione al sesso prescelto.
La Legge 164/1982 prevede che, per procedere all’intervento chirurgico di riattribuzione sessuale e, successivamente, alla rettificazione anagrafica (sostituendo, così, al nome di nascitaun nuovo nome e, soprattutto, modificando il sesso di nascita con il sesso corrispondente al genere di elezione della persona), si debbano, preliminarmente, attivare due distinti procedimenti innanzi all’autorità giudiziaria civile.
A tal proposito, sono definite transessuali quelle persone che vivono con disagio il sesso in cui sono nate e che, pertanto, cercano di cancellarne i segni, vivendo un’identità di genere sessuale coerente con la direzione sentita propria. Le persone transessuali possono essere “Male to Female” (MtF) o “Female to Male” (FtM). In entrambi i casi, però, si sottopongono a terapie ormonali per apparire fisicamente conformi al sesso di “elezione”, e, al termine di un percorso di transizione, si sottopongono ad interventi chirurgici sui genitali, detti di riattribuzione sessuale.
Completato l’iter medico-chirurgico, la legge italiana prevede che queste persone siano autorizzate a rettificare i dati anagrafici. Ad avvenuta rettificazione, le persone transessuali sono, finalmente, da considerarsi per legge appartenenti al genere sessuale scelto.
Attualmente la giurisprudenza maggioritaria interpreta la Legge 164/’82 in modo restrittivo, non ammettendo la rettifica dei dati anagrafici, nome e sesso, in assenza dell’intervento di riettribuzione sessuale.
Proprio per questo motivo, le persone transgender (che si distinguono dai transessuali poiché, pur vivendo lo stesso disagio sessuale, scelgono di non si sottoporsi ad interventi chirurgici di ricostruzione e/o demolizione dei genitali), spesso convivono con documenti difformi rispetto alla loro identità sessuale, visto che non hanno la possibilità di rettificare i propri dati anagrafici.
Tuttavia, il principio di obbligatorietà dell’intervento chirurgico di riattribuzione sessuale, quale presupposto imprescindibile per la rettifica anagrafica, non sembra più essere pacifico nei tribunali italiani. Non mancano, infatti, pronunce che ammettono la rettificazione anagrafica pur in assenza di intervento chirurgico, purché sia dimostrato l’effettivo adeguamento del soggetto alla realtà sessuale prescelta.
La Legge 164/1982, assolutamente innovativa all’epoca della sua adozione, oggi, con i suoi 30 anni, risulta obsoleta, oltre che inadeguata rispetto agli avvenuti cambiamenti poilitico-sociali. Speriamo, dunque, che l’ordinamento italiano possa prendere spunto dai vicini europei che, con recenti interventi normativi, tra i quali meritano menzione il Gender Recognition Act, introdotto nel Regno Unito nel 2004 e la Legge spagnola n. 3 del 2007, hanno dimostrato una spiccata attenzione per le esigenze dei cittadini transessuali e transgender.





Penso che questo dibattito sia la prova che viviamo in una società evoluta che dimostra sensibilità e attenzione per temi molto delicati. Appunto, come viene ricordato nell’articolo, trent’anni fa ci si poneva il problema dell’identità sessuale di una persona come un diritto irrinunciabile. Oggi, trascorsi tre lunghi decenni da allora, si cerca di semplificare il percorso di chi vive questa complessa realtà, aprendosi alla constatazione che l’identità sessuale di una persona non è data solo dal suo sesso ma da molteplici e complessi fattori. Questo non ci deve però far pensare che la nostra società sia pronta a convivere serenamente con la “diversità”! La pratica quotidiana del mondo reale ci mostra quanta ignoranza, pregiudizio e ferocia sia riservata a chi è “diverso”. Ma l’impegno di una società che vuole definirsi civile è quello di promuovere la crescita culturale e morale dei suoi componenti, di spingerli verso obbiettivi sempre più degni. Ecco perché certe norme diventano importanti anche se sembrano premature e stridono con l’arretratezza di certe situazioni sociali. Sono importanti perché marcano il percorso da seguire, obbligano a farsi domande ed a confrontarci con risposte che non capiamo. E’ solo così che si cresce.
Non penso che siamo pronti per norme così evolute. Siamo tanto arretrati rispetto ad altri paesi europei su temi molto delicati come i diritti per le coppie di fatto, le unioni gay o le adozioni e la fecondazione assistita. Un passo avanti e molti indietro…questo mi sembra l’evoluzione della nostra società.
E’ vero. Ogni giorno sembra che nella nostra amata Italia si mettano delle barriere per complicare l’esistenza delle persone… Ma il problema credo sia politico, perché nella società questi cambiamenti di fatto già ci sono! E la “casta” purtroppo non riesce a rendersene conto!