In Turchia sono molte le donne interessate alla lettura di magazine femminili, lo dimostrano le vendite di alcuni di questi come Elle, Vogue e Marie Claire. Tuttavia circa il 60% della popolazione femminile turca è molto legata alla tradizione e alle regole dettate dal credo islamico e non si riconoscono nell’idea di stile che queste riviste propongono. E’ nata proprio in Turchia la prima rivista per donne conservatrici. Si chiama Ala, ha ormai un anno e ha l’ambizione di spiegare alle donne come essere belle e alla moda senza infrangere le regole religiose. La rivista tratta anche di stile di vita e temi importanti come il lavoro. Molte sono infatti colte e ambiziose. Link all’articolo originale http://www.worldcrunch.com/turkey-new-muslim-women-s-magazine-comes-covered-headscarf/4713

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Il lavoro è la preoccupazione per il Paese e in particolare per le donne. Con un tasso di occupazione del 46% (ma che è la media di una percentuale oltre il 65% nelle regioni del nord e vicina al 30% in quelle del sud) non c’è da stare tranquille. Se il ministro del Lavoro, o meglio la ministra non fosse appunto una donna, Elsa Fornero, probabilmente il tema lo sentiremmo meno spesso declinato al femminile sui giornali nazionali, e invece, fortunatamente per tutte noi, si parla di disoccupazione femminile.

Non che sia, migliore o peggiore, di quella maschile ma è diversa perché comprende una condizione che è prerogativa solo delle donne, ovvero la gravidanza. Ed è su questo che la partita si gioca. Per le giovani, che si ritrovano a 30 a non avere ancora una carriera ben solida e a desiderare un figlio (che inevitabilmente manderebbe all’aria i piani di carriera fin lì sognati e stentatamente costruiti) e per le donne che i figli ce li hanno già e che devono sobbarcarsi i costi della “conciliazione” (brutta parola che significa: se il bambino sta male ci pensa lei, se è da andare a prendere a scuola ci pensa lei… e al lavoro di lei chi ci pensa?).

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Da oggi incominciamo una serie di approfondimenti sul tema del lavoro. Cercheremo di proporvi molti punti di vista diversi, dando spazio soprattutto alle esperienze delle giovani donne che si trovano a dover conciliare un lavoro precario con il desiderio di un figlio. Il tema del lavoro sarà anche al centro del prossimo incontro nazionale del gruppo Se non ora quando, che si riunirà a Bologna i prossimi 3 e 4 marzo. Qui il programma.

Questo primo intervento è della Consigliera di parità alla regione Lazio, Alida Castelli. Le consigliere di parità si occupano di monitorare l’applicazione della normativa sul lavoro e le pari opportunità su tutto il territorio nazionale, dipendono dal ministero del Lavoro. L’articolo apparirà sul prossimo numero di marzo del mensile Noidonne. Per inviarci i vostri commenti e testimonianze sul tema del lavoro scrivete a redazionewj@gmail.com

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È la vincitrice del festival di Sanremo 2012, in finale con Arisa e Noemi. Tre donne giovani e di carattere.

Qui vi riproponiamo Emma e il suo discorso dell’11 dicembre scorso durante la manifestazione in piazza del Popolo a Roma, “Se non le donne chi?”.

Racconta degli inizi, quando per il suo sogno prendeva i treni della notte per arrivare a Roma da un paesino della Puglia, quando lavorava in nero per 300 euro e 10 ore di lavoro. “I soldi sono importanti ma bisogna saperli usare, ancora oggi aiuto la mia famiglia a pagare il mutuo”. “Non sono lo stereotipo che vuole che le donne della tv siano tutte banali. Devono smettere di giudicarci solo dalla tv” dice, e conclude: “Se si vuole qualcosa bisogna trovare il coraggio di andarsela a prendere”.

“La maggior parte delle persone lo stupro lo immaginano così: una ragazza vestita provocatoriamente che esce ubriaca da un bar e viene aggredita da uno sconosciuto. È un mito, è una falsa rappresentazione. La maggior parte della violenza sessuale avviene in famiglia o è un amico”. A parlare è Heather Jarvis (nella foto di N. Maxwell Lander), una delle fondatrici della Slutwalk, la marcia delle “puttane” che si è svolta la prima volta a Toronto, in Canada, il 3 aprile dell’anno scorso e, ad oggi ha avuto decine di repliche in tutto il mondo, l’ultima, a Singapore, a dicembre quando 600 persone hanno sfilato per la città con cartelli al motto “We had enough”, “ne abbiamo abbastanza” di una sbagliata rappresentazione dello stupro.

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